giovedì 5 febbraio 2015

Vaticano 
L'Osservatore Romano
Il testimone. L’ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede, in collaborazione con l’Accademia d’Ungheria in Italia, ha organizzato il 4 febbraio un incontro commemorativo per l’opera svolta dalla nunziatura in Ungheria nel 1944 per la salvezza degli ebrei a Budapest durante l’occupazione nazista del Paese. Pubblichiamo l’intervento del decano del collegio cardinalizio.
(Angelo Sodano) «Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia»: è la beatitudine promessa da Cristo nel famoso discorso della montagna (Matteo, 5, 7). A questa beatitudine si sono ispirati anche tanti uomini e donne di buona volontà, che durante gli anni più bui della seconda guerra mondiale si impegnarono per lenire i dolori di tanti sofferenti.
Oggi siamo grati all’Ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede per averci fatto ricordare la figura eccezionale di due buoni samaritani, che durante l’occupazione nazista dell’Ungheria, nei tragici anni della seconda guerra mondiale, si dedicarono generosamente per la salvezza degli ebrei. È l’omaggio che oggi vogliamo rendere al nunzio apostolico in Ungheria, l’arcivescovo Angelo Rotta e al suo uditore monsignor Gennaro Verolino.
L’opera di quei due grandi uomini di Chiesa è già stata documentata da parecchi storici. La Santa Sede l’ha già esposta nella nota pubblicazione: Actes et documents du Saint-Siège relatifs a la seconde guerre mondiale (Libreria Editrice Vaticana, 1980), specialmente nel volume X.
In questo mio breve indirizzo di saluto, non mi è possibile soffermarmi sulla tragedia allora sofferta dal popolo ebraico. Del resto, credo che essa vi sia già ben nota e che oggi essa vi venga ancor meglio illustrata. Ancora recentemente ci siamo tutti commossi, ricordando quello storico giorno del 27 gennaio 1945, allorquando le truppe sovietiche entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz e liberarono le poche migliaia di prigionieri superstiti, in gran parte ebrei.
In Ungheria molti s’erano salvati dalla loro deportazione, grazie all’opera della Santa Sede e ai vari uomini di buona volontà (cfr. La Santa Sede e lo sterminio degli ebrei ungheresi, in «La Civiltà Cattolica» 2005, volume I, pagine 114-127). Anche l’Italia ha ricordato in varie occasioni l’opera umanitaria del suo generoso diplomatico Giorgio Perlasca. Ultimamente anche la Svezia ha messo bene in luce l’opera dei suoi diplomatici a Budapest, Raoul Wallenberg e Per Anger. In realtà, vi fu una collaborazione intensa fra alcune Ambasciate, per creare dei luoghi protetti dall’immunità diplomatica, per lasciare a molti la cosiddetta lettera di protezione (Schutzpass), favorendo poi rifugi in luoghi sicuri e anche fughe.
Così facendo, monsignor Rotta e monsignor Verolino mettevano in pratica i reiterati appelli del Papa Pio XII di venerata memoria. Lo stesso Papa in varie occasioni si era rivolto direttamente alle autorità ungheresi e in particolare al reggente, l’ammiraglio Horthy, ricordando a tutti il dovere di rispettare i diritti inalienabili dei loro cittadini. Artefici di quell’opera grandiosa della Santa Sede furono in loco il nunzio apostolico Angelo Rotta e il suo uditore monsignor Gennaro Verolino, uomini di Chiesa che ho avuto la fortuna di conoscere direttamente.
Conobbi monsignor Rotta quando egli era ormai anziano e viveva ritirato nella vecchia Casa Santa Marta in Vaticano, circondato dalla venerazione e dall’affetto di tutti i residenti. Egli era stato nominato nunzio apostolico a Budapest nel 1930 da Pio XI, all’età di 58 anni, avendo già dimostrato una lunga esperienza pastorale, prima nella sua Arcidiocesi di Milano e poi a Roma. Nel 1922 il Papa l’aveva poi nominato nunzio apostolico in tutte le sei repubbliche dell’America centrale e successivamente, nel 1925 l’aveva trasferito in Turchia come delegato apostolico. Fu là, sulle rive del Bosforo, che nel 1930 gli giunse la notizia del suo trasferimento in Ungheria. Egli era ormai preparato ad affrontare le sfide che già allora si intravedevano per l’avvenire per l’Europa Centrale.
In realtà, lo scoppio della seconda guerra mondiale venne a creare una situazione nuova in Ungheria, che monsignor Rotta seppe affrontare con grande fortezza d’animo e profonda lungimiranza. E quando, nel 1944, la situazione nel Paese divenne tragica egli divenne un buon samaritano per tutti, soprattutto per gli ebrei perseguitati. Terminata la guerra, la Commissione interalleata di controllo ordinò la partenza dall’Ungheria di tutti i diplomatici e così anche il nunzio Rotta fu obbligato a lasciare il Paese il 6 aprile 1945. Fu una grande sofferenza per lui che tanto si era sacrificato per il popolo ungherese.
A Roma monsignor Rotta lavorò ancora in silenzio per alcuni anni, nella Segreteria di Stato dimorando nell’antica Casa Santa Marta, circondato dalla venerazione dei giovani addetti agli uffici Vaticani che vi risiedevano. Nel 1961 io avevo iniziato il mio servizio alla Santa Sede ed ebbi quindi modo di vedere la venerazione che i superiori avevano per l’anziano rappresentante pontificio. Qui, a Roma, nella Casa Santa Marta, il Signore lo chiamò poi a sé il 1° febbraio 1965. Oggi era giusto ricordarlo.
Il suo grande collaboratore in quel tragico anno del 1944 fu monsignor Gennaro Verolino, nativo di Acerra, in provincia di Napoli. Egli era stato inviato a Budapest per aiutare il nunzio apostolico proprio all’inizio di quel tragico 1944 e là rimase fino a quando dovette lasciare la Nunziatura, assieme al suo capo missione. Negli anni 1948-1949 monsignor Verolino fu poi inviato come incaricato d’affari a Praga, in Cecoslovacchia, per sostituire il nunzio apostolico monsignor Saverio Ritter, che s’era ammalato. Anche la Cecoslovacchia nel 1950 ruppe poi i rapporti con la Santa Sede.
Nel 1951 Pio XII nominò monsignor Verolino nunzio apostolico nell’America centrale, e precisamente in El Salvador e Guatemala e là rimase per 12 anni, fino a quando fu richiamato per lavorare nella Curia Romana. Qui edificò tutti noi con il suo atteggiamento di fedele servitore della Santa Sede. Il Signore venne poi a chiamarlo a sé il 17 novembre 2005, all’età di 99 anni, come un antico Patriarca.
Fu appunto durante il suo ultimo soggiorno romano che io ebbi il privilegio di incontrarlo, ammirando sempre la sua grande serenità d’animo. Del suo lungo servizio alla Santa Sede egli amava soprattutto ricordare il tragico periodo del soggiorno in Ungheria, per la quale ebbe sempre una predilezione particolare. Mi confidava che sovente celebrava la Santa Messa per quella cara Nazione, della quale conservava ricordi incancellabili.
L'Osservatore Romano, 6 febbraio 2015.