sabato 21 febbraio 2015

Vaticano
Bergoglio e Paolo VI. L’evangelizzazione al centro di tutto
   
L'Osservatore Romano

Si svolge sabato 21 febbraio presso l’Eremo dei Santi Pietro e Paolo, in Località San Pietro a Bienno, in provincia di Brescia, il convegno sul tema «Dalla Evangelii nuntiandi alla Evangelii gaudium. Il beato Paolo VI maestro di Evangelizzazione». Anticipiamo la relazione del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio della cultura e del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.
di Paul Poupard
Chi legge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium del Santo Padre ai fedeli cristiani sulla gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che s’incontrano con Gesù, «per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia», non è sorpreso di scoprire che la prima delle ben 217 note del testo si riferiscono all’Esortazione apostolica Gaudete in Domino, rallegratevi nel Signore, di Paolo VI (9 maggio del 1975). Ma poi stupisce che quasi a ogni pagina del testo di Papa Francesco, vi sia una citazione dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, dell’8 dicembre 1975.
E la prima citazione ribadisce proprio il fervore, la dolce e confortante gioia di evangelizzare con l’appello accorato di Paolo VI: «Possa il mondo di nostro tempo (...) ricevere la buona Novella, non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradi fervore, che abbiamo per prima ricevuto in loro la gioia del Cristo». E così prosegue Francesco, sulla scia del beato Paolo VI, maestro di evangelizzazione. Ci si può dunque chiedere come mai questo legame così forte, tra le due esortazioni apostoliche, e diciamo, tra i due Papi, Paolo e Francesco?
Mi propongo di chiarire con voi questo stretto rapporto. Innanzitutto, il mio ricordo delle congregazioni generali di cardinali alle quali ho partecipato prima del conclave che ha eletto il cardinale Bergoglio. Ne posso parlare senza tradire nessun segreto perché Papa Francesco stesso ha autorizzato la pubblicazione del suo intervento. Me ne ricordo bene, come fosse ieri, nel succedersi degli interventi dei confratelli, si alza la voce pacata del cardinale arcivescovo di Buenos Aires, che suscita subito un ascolto molto attento e quasi riverente. Il suo intervento inizia proprio con una citazione dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI: «L’evangelizzazione è la ragion d’essere della Chiesa, la dolce confortante gioia di evangelizzare». E dopo l’appello, da allora tante volte ripreso, di Papa Francesco a uscire verso le periferie e un ricordo del caro e venerato padre Henri de Lubac, il cardinale Bergoglio conclude il suo intervento con l’auspicio di un Papa che aiuti la Chiesa a essere la madre feconda che vive — e di nuovo la stessa citazione dell’Evangelii nuntiandi — «della dolce e confortante gioia di evangelizzare».
Qualche tempo dopo, concelebravo la Santa Eucaristia con Papa Francesco che, nella sua omelia a braccio, cita, quasi come un pensiero suo, Paolo VI. Dopo la messa, mi sono permesso di dire: «Santo Padre, sa che sono stato a lungo collaboratore di Paolo VI»; «Sì, lo so bene!». Rispondo: «La vorrei ringraziare di averlo citato nella sua omelia», risposta: «Caro mio, bisogna tornare sempre a Paolo VI!».
E non mi ha sorpreso perché, dal 13 al 31 maggio 2007, avevo partecipato con il cardinale Bergoglio alla v Conferenza generale del Celam ad Aparecida e il documento finale, redatto, come si sa, sotto la sua direzione, cita proprio l’oramai classico numero 80 dell’Evangelii nuntiandi: «La dolce e confortante gioia di evangelizzare». E proprio il cardinale Bergoglio diceva di questo documento di Aparacida: «È l’Evangelii nuntiandi per l’America Latina».
Come spiegare questo legame così forte al punto di essere divenuto un’identità partecipata tra i due Papi? Vi invito, per capire, a tornare al Colloquio internazionale di studio dell’Istituto Paolo VI di Brescia che ho avuto la gioia di presiedere dal 22 al 24 settembre 1995, tanti anni fa, e dedicato a «L’Esortazione apostolica di Paolo VI, Evangelii nuntiandi, storia, contenuti, ricezione» (Brescia, Istituto Paolo VI, 1998).
Nel suo intervento, l’avvocato Guzmán Carriquiry Lecour, vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, si dedica a spiegare il significato e le ripercussioni dell’Evangelii nuntiandi in America Latina. E inizia il suo intervento affermando che non c’è documento del Magistero pontificio — durante gli anni del dopo concilio Vaticano II — che sia stato più rilevante e che abbia avuto una ripercussione più intensa ed estesa nella Chiesa dell’America Latina, della Evangelii nuntiandi.
Carriquiry chiarisce subito che questa asserzione non è un’opinione soggettiva, ma un dato oggettivo confermato dai principali protagonisti, che sono i vescovi latinoamericani. Egli fa altresì riferimento al documento conclusivo di Puebla, nel 1979, che — con un vero e proprio primato — contiene ben 103 citazioni della Evangelii nuntiandi contro — se si può dire — 53 della Gaudium et spes, 44 della Lumen gentium e 43 del discorso di apertura della conferenza di Giovanni Paolo II.
Carriquiry spiega che la Evangelii nuntiandi di Paolo VI ha segnato — proprio nel 1975, dopo gli anni febbrili del primo decennio post-conciliare, dopo dunque la prima fase, segnata dall’intensità e densità di critiche tumultuose e, insieme, da un aggiornamento fecondo e a tutto campo e dai cambiamenti liturgici — un passaggio decisivo della Chiesa agli esperimenti della pastorale catechista, alla prova di nuove forme di vita comunitaria, alla partecipazione dei laici alla vita della Chiesa, al ripensamento della pastorale d’insieme.
Il tutto identificato come un duro periodo transitorio di choc e di confusione, una dinamica tumultuosa di cambiamenti nella Chiesa, fino a una crisi di identità, proprio nel momento nel quale, contrariamente all’Europa del boom economico degli anni opulenti, l’America Latina era in preda a una tormenta. E cito, in proposito, i problemi dello sviluppo, della industrializzazione, dell’integrazione dei popoli con l’esplosione della crisi inaugurata dalla rivoluzione cubana, la Conferencia tricontinental, la Organizacion latinoamericana de la solidariedad a la Havana, la strategia della guerriglia, la morte di Che Guevara, la tentazione di creare un nuovo Vietnam, la morte della politica e la politica della morte, la tentazione della violenza negli ambienti religiosi e intellettuali con il nome simbolo di Camilo Torres.
Insomma, un vero terremoto di cambiamenti istituzionali, segnati insieme dalla teologia della secolarizzazione e dalla teologia della liberazione, e caratterizzati dalle numerose diserzioni sacerdotali e religiose, dalle vocazioni in caduta, dai seminari quasi vuoti, dal movimento della Chiesa popolare e dei «cristiani per il socialismo».
Anni turbolenti, diceva Paolo VI, nel suo discorso di apertura del Sinodo dei vescovi, con un gigantesco movimento di revisione e di cambiamento, a nome del concilio, e la necessità di un discernimento spirituale sotto l’impulso dello Spirito Santo per l’impegno di tutta la Chiesa per l’evangelizzazione del mondo contemporaneo.
Carriquiry ripercorre il cammino sinodale e sottolinea come gli interventi dei vescovi dell’America Latina, a iniziare dal cardinale Pironio, allora presidente del Celam, sono stati largamente ripresi dalla Evangelii nuntiandi, nella quale i pastori dell’America Latina hanno riconosciuto, ben approfondite, le proprie esperienze, inquietudini e necessità, e molto di più: il Papa Paolo VI ha avuto la saggezza — e non è potuta mancare una particolare assistenza dello Spirito Santo, agente principale dell’evangelizzazione — di raccogliere e canalizzare tutta la ricchezza di questi apporti e anche di discernere e riassumere in un quadro illuminante di orientamenti, indicazioni e proposizioni capaci di convertirci in un programma di vita per tutta la Chiesa.
Essa segna l’apertura a una nuova fase del post-concilio. Il suo stile di redazione, sintetico, chiaro, preciso, privo di ogni retorica ecclesiastica e di passaggi generici e astratti, con schemi organizzativi facilmente comprensibili e assimilabili, ha favorito la sua più ampia diffusione e assimilazione.
Si può ben dire che la Evangelii nuntiandi estende e riassume il concilio Vaticano II e — allo stesso tempo — ci fornisce una chiave nuova per la sua lettura unificata e ci offre una visuale prospettica di se stesso che il concilio non aveva raggiunto, un filo conduttore, e infine un nucleo programmatico nell’affermazione centrale della Evangelii nuntiandi (n. 20) secondo la quale: «Si potrebbe esprimere tutto ciò, dicendo così: occorre evangelizzare — non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici — la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella costituzione Gaudium et spes, partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio».
La Evangelii nuntiandi ha confermato, e portato al centro dell’attenzione, l’intenzionalità missionaria con la prospettiva stupenda della evangelizzazione della cultura e delle culture dell’uomo: «Evangelizzare, infatti, costituisce la vera e propria vocazione della Chiesa, la sua identità più profonda» (n. 74).
Così, riportare al centro dell’attenzione della Chiesa l’evangelizzazione, presuppone un programma di sintesi che invita a coniugare la dimensione storica con quella ontologica, la praxis con la dottrina, la vita con le istituzioni, e a unificare gli aspetti concreti della vita della Chiesa che, nei primi anni del post-concilio, si presentavano in contrapposizione, come le pastorali dell’evangelizzazione e della sacramentalizzazzione, la fede e la religione popolare; passando così dall’aut aut all’attitudine cattolica del et et, chiarendo e articolando la relazione evangelizzazione-liberazione.
Al riguardo, si deve sottolineare la rinnovata attenzione sulla cultura come concetto chiave inglobante tutte le realtà che debbono essere penetrate e trasfigurate dall’evangelizzazione, dando coerenza e unità interna all’azione pastorale, potendosi affermare che tutto si riassume nell’evangelizzazione e nella cultura del pueblo, identificato primariamente con i semplici e i poveri, con la ricchezza di fede e di potenzialità di evangelizzazione della religiosità popolare.
Altri temi della Evangelii nuntiandi hanno trovato risonanza particolare in America Latina: il discernimento delle autentiche comunità di base (n. 58), l’apertura e diversificazione dei ministeri ordinati (n. 73), le priorità ai giovani (n. 72) e alla famiglia (n. 71) come soggetti e destinatari dell’evangelizzazione.
Accolta con entusiasmo, studiata fervidamente e messa in opera energicamente, la Evangelii nuntiandi ha ispirato in modo profondo e durevole l’azione pastorale in America Latina perché aveva accolto le inquietudini portate dai suoi pastori al Sinodo del 1974, e le aveva convertite in orientamenti corrispondenti “come l’anello al dito” delle sue necessità.
L’identità di ogni popolo si genera nella sua storia e si esprime nella sua cultura. Se non si conoscono l’una e l’altra, non si possono evangelizzare in profondità tutte le dimensioni della vita personale e collettiva, generando una nuova umanità, con uomini nuovi, camminando in convivenza verso un nuovo modo di essere, di giudicare, di vivere e di convivere.
Mi permetto, in conclusione, una piccola confidenza. Ho avuto la grazia di toccare con mano l’importanza della Evangelii nuntiandi per l’America Latina e, singolarmente, per padre Bergoglio, dieci anni dopo la sua pubblicazione. Era allora rettore del Colegio Máximo de San José e mi invitò, nella sua qualità di presidente del Congresso internazionale di teologia per il iv Centenario de la llegada de los Jesuítas (1585-1985), al convegno dedicato all’evangelizzazione della cultura e all’acculturazione del Vangelo (2-6 settembre 1985).
Papa Giovanni Paolo II mi aveva appena fatto creare il Pontifico Concilio della cultura e il padre Bergoglio mi chiese, «vieni ad aiutarci per l’evangelizzazione della cultura e per inculturare il Vangelo».
Nel suo discorso inaugurale del convegno, il padre rettore cita Giovanni Paolo II e la sua intuizione che lo ha portato a creare il Pontificio Consiglio della cultura: «La fede è sorgente di cultura e la cultura è espansione della fede». Nelle sue parole di chiusura al medesimo convegno, Bergoglio conclude «Hoy dia, en America Latina, hai necesidad de santos creatores de cultura en el seno de su pueblo y, por ello, evangelizadores de la cultura» («Stromata», 3-4, luglio — dicembre 1985).
L'Osservatore Romano, 22 febbraio 2015