venerdì 12 dicembre 2014

Vaticano
Nel giorno di Santa Lucia, domani, Papa Francesco celebra 45 anni di ordinazione sacerdotale. "Ciò che mi piace di più è essere prete" e perciò "preferisco essere chiamato padre"
(a cura Redazione "Il sismografo")

"Fu un grande dono quello che lo raggiunse improvvisamente quando aveva 17 anni. Era il 21 di settembre e come molti altri giovani Jorge Bergoglio si apprestava a uscire per festeggiare assieme ai suoi compagni il giorno dello Studente. Prima di questo, però, da buon cattolico praticante che frequentava la chiesa di San José de Flores, decise di iniziare la giornata passando dalla parrocchia. Al suo arrivo trovò un sacerdote che non conosceva, ma che gli fece subito una grande impressione e a cui chiese di potersi confessare. Quel giorno non si trattò di una confessione come un'altra, bensì di un incontro capace di esaltare la sua fede e fargli scoprire la sua vocazione religiosa. [...] Tornò a casa con una convinzione ferma: voleva, doveva, diventare sacerdote". Questo brano tratto dalla prima biografia del Papa dal titolo "Jorge Bergoglio, Papa Francesco" (S. Rubin e F. Ambrogetti), racconta attraverso i ricordi dello stesso Francesco, il momento esatto in cui ebbe inizio la primavera della fede bergogliana.
Domani, 13 dicembre 2014, festa di Santa Lucia, il Santo Padre celebrerà 45 anni dal giorno della sua ordinazione presbiterale, e certamente l'episodio dell'incontro diretto con Dio, "un Dio che prima cerchi e che poi viene a cercarti", è da porre alla base del sacerdote, del vescovo, del Papa e dell'uomo Bergoglio. Racconta la giornalista e scrittrice argentina Olga Wornat che Jorge Mario Bergoglio una volta le confessò: "Ciò che mi piace di più è essere prete" e perciò "preferisco essere chiamato padre". In questa intima confessione c'è tutto Papa Francesco: il Papa eletto il 13 marzo 2013 è e sarà sempre "Padre Bergoglio". Più che "il Gesuita", Francesco è "il Pastore" che sa riconoscere di aver sbagliato, di aver peccato, di avere dei difetti; è la guida spirituale che esorta l'intera comunità internazionale, in particolare i cristiani,  all'incontro e all'unità, intendendo quest'ultima come una condizione di armonia tra gli uomini nella quale ognuno si adopera per la crescita materiale e spirituale dell'altro. Francesco è l'uomo della speranza, l'operaio di Dio che lavora instancabilmente per ri-edificherà i sentimenti umani e cristiani, perché per lui la speranza sta nella persona umana: "Io credo nell'uomo. Non dico che è buono o cattivo, dico che credo in lui", ha detto il Papa in diverse occasioni nel corso della sua vita sacerdotale
Nonostante il giovane studente argentino avesse incontrato Dio all'età di 17 anni, decise di entrare in seminario a 21 anni e optò per la Compagnia di Gesù attratto dalla sua immagine di "prima linea" della Chiesa, sottoposta comunque a obbedienza e disciplina. Decide pertanto di entrare nel seminario di Villa Devoto e l'11 marzo 1958 ebbe inizio il suo noviziato nel seminario dei Gesuiti, trascorrendo un periodo in Cile e tornando a Buenos Aires in seguito, per laurearsi in filosofia nel 1963. Dal 1964 insegnò per tre anni letteratura e psicologia nei collegi di Santa Fe e Buenos Aires e, il 13 dicembre 1969 ricevette l'ordinazione presbiterale per l'imposizione delle mani dell'arcivescovo di Córdoba, mons. Ramón José Castellano.
Jorge Mario Bergoglio ha sempre amato profondamente la sua vocazione sacerdotale. Ha privilegiato costantemente il dovere e la fatica della formazione dei nuovi sacerdoti e la cura "paterna" del vescovo per i suoi presbiteri. Come Provinciale dei Gesuiti in Argentina (1973-1979), dedicò molto tempo e spazio ai candidati al sacerdozio e proseguì la sua opera di mentore anche quando il 20 maggio 1992 Papa Giovanni Paolo II lo nominò vescovo ausiliare di Buenos Aires. Nella casa gesuita per i giovani candidati al sacerdozio riteneva suo dovere condividere con loro tutti i compiti e tutte le fatiche della comunità: dalle azioni del quotidiano, domestiche, al familismo della preghiera, e dunque della contemplazione e della meditazione.
A conoscerlo da vicino, fra gli anni ’70 e i primi anni ’80, è stato padre Miguel Yanez, gesuita argentino, direttore del dipartimento di Teologia morale della Pontificia Università Gregoriana, il quale ha raccontato il Bergoglio Provinciale dei Gesuiti come un insegnante del Vangelo e della vita, ma anche come un fratello e amico con il quale non mancava neppure il divertimento.
Molte volte nei suoi discorsi Papa Francesco ha parlato della figura del presbitero. Celebrando per la prima volta in San Pietro la Messa crismale, Francesco nel marzo 2013 ha tracciato un perfetto identikit del sacerdote "esemplare": «Il buon sacerdote - disse - si riconosce da come viene unto il suo popolo. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite...». E ancora: «Chi non esce da sé - proseguì Papa Bergoglio - invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».
Per Francesco, che nel 45° dalla sua ordinazione a sacerdote riconferma l'amore per Dio, la forza del sacerdote è custodita nel rapporto con Gesù, nell'entusiasmo dell'evangelizzare testimoniando l'esempio e la parola divina. I sacerdoti, per il Papa argentino sono tutti «peccatori», ma - egli ha sovente osservato - «se andiamo da Gesù Cristo, se cerchiamo il Signore nella preghiera, siamo buoni sacerdoti, benché peccatori. Se invece ci allontaniamo da Gesù Cristo, dobbiamo compensare quel rapporto con altri atteggiamenti mondani, idolatri e diventiamo devoti del “dio Narciso”. E così nascono le figure del prete-affarista o del prete-imprenditore. Ma il prete che adora Gesù Cristo, il prete che parla con Gesù Cristo, il prete che cerca Gesù Cristo e che si lascia cercare da Gesù Cristo: questo è il centro della nostra vita».