venerdì 14 novembre 2014

Vaticano
Giochi di Curia per sfinire il Papa
   
Il Fatto Quotidiano

(Marco Politi) Per Francesco si preannuncia una stagione di grandi tensioni. La vecchia guardia curiale, che considera una “rovina per la Chiesa” la sua linea innovatrice, alimenta un’opposizione crescente e delegittimante. “I conservatori sono decisi a vendere cara la pelle”, afferma un assiduo frequentatore del palazzo apostolico. Sono sempre più velenosi, dietro le quinte, i commenti contro il pontefice latino-americano. “Basta con questa teologia da Copacabana”, è uno dei più benevoli.
La guerriglia delle voci si diffonde. Dopo il finto allarme del ciellino Antonio Socci, sull’elezione “illegittima” di Francesco sono arrivate misteriose indiscrezioni dal Vaticano su probabili dimissioni del pontefice. Vero è che papa Bergoglio ha fatto capire che, sentendosi un domani nelle stesse condizioni di debolezza fisica di Benedetto XVI, si dimetterebbe anche lui. Falso è che la questione sia attuale. Evocarla è parte della guerra dei nervi contro il Papa in corso in Vaticano. Il cardinale Raymond Burke, vessillifero del blocco conservatore, ha gettato con franchezza il guanto di sfida contro Bergoglio. Molti fedeli, ha dichiarato, “sentono un po’ di mal di mare, perché hanno la sensazione che la Chiesa abbia smarrito la sua rotta”. Burke, dopo il Sinodo, è stato rimosso dal Papa dalla carica di prefetto della Corte di Cassazione vaticana (il tribunale della Segnatura Apostolica) e nominato patrono dell’ordine di Malta. Una degradazione evidente. Clamorosa per l’età non avanzata del porporato: 66 anni. Segno che Francesco intende procedere a un rapido ricambio di posizioni in Curia per eliminare il nocciolo duro che gli è ostile. 
Pochi giorni dopo il Sinodo, che lo ha mostrato in minoranza all’interno della Curia e non sufficientemente appoggiato dai vertici dell’episcopato mondiale, il Papa ha emanato norme che ribadiscono le dimissioni dei vescovi all’età di 75 anni e dichiarano obbligatorie (e non più indicative) quelle dei responsabili di Curia alla stessa scadenza. Scatenando inquietudine tra quanti hanno superato l’età del pensionamento: i cardinali Angelo Amato, prefetto della congregazione per le Cause dei santi, Antonio Maria Vegliò presidente del consiglio per i Migranti, il polacco Zenon Grocholewski prefetto della congregazione per l’Educazione cattolica. In Italia si stanno per liberare due sedi importanti: Palermo e Ferrara (guidata dal cardinale Carlo Caffarra, altro avversario della linea aperturista del pontefice sulle tematiche familiari e sessuali). A Milano, invece, se il cardinale Scola non dovesse ritirarsi prima, la questione della successione sarà in agenda solo fra due anni. 
Ma gli avversari della linea papale hanno già lanciato un segnale contro una personalità, che Francesco vedrebbe volentieri alla guida di una diocesi di peso, magari con annesso cappello cardinalizio: il teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti e segretario speciale del Sinodo per volontà papale. Alle elezioni per il posto di vicepresidente della Cei per l’Italia centrale, avvenuta pochi giorni fa, la maggioranza dei vescovi italiani ha impallinato la sua candidatura. Nel ballottaggio contro il poco conosciuto vescovo di Fiesole Mario Meini l’assemblea della Cei ha dato 140 voti a lui e 60 a Forte. 
Tuttavia il metodo principale per imbrigliare il riformismo del pontefice è creargli attorno una palude di inerzia, plaudendo alle sue parole e non facendo niente. La riforma della Curia, a cui sta lavorando il consiglio dei nove cardinali, si scontra con la passività ostile dei quadri vaticani. La promozione delle donne in posti di responsabilità, dove “si prendono decisioni” (come auspicò il pontefice), non fa un passo avanti. La Cei non ha nemmeno preso in considerazione il tema e le stesse donne dei movimenti cattolici non aprono bocca. 
L’estate scorsa il prefetto della congregazione per i Religiosi, il brasiliano Aviz do Braz, ha pubblicato un documento impegnativo sull’obbligo di una rendicontazione assolutamente trasparente dei beni posseduti dagli ordini religiosi e soprattutto sulla necessità di un loro impiego “al servizio delle tante forme di povertà”. In modo che non siano gestiti – come spesso avviene – con una mentalità imprenditoriale fine a se stessa (per non parlare di casi clamorosi di mala amministrazione). 
Il documento, segno chiaro della linea di Francesco, non è stato accolto da ondate di entusiasmo e la sua applicazione si preannuncia molto lenta. Cinicamente gli avversari del Papa puntano sul suo logoramento.