venerdì 7 novembre 2014

L'Osservatore Romano
«Un fatto tragico. Attaccare e bruciare vivi due innocenti sulla base di mere illazioni è una presa in giro del sistema giudiziario»: così il vescovo di Islamabad-Rawalpindi, Rufin Anthony, ha descritto il brutale assassinio di una giovane coppia cristiana, genitori di quattro figli, lapidati e poi bruciati vivi nei giorni scorsi in Pakistan. Le due vittime sono state prelevate e “giustiziate” da una folla inferocita composta da centinaia di persone aizzate da un leader religioso locale per una presunta vicenda di blasfemia.
Il tragico episodio è avvenuto in un mattonificio del distretto di Kasur, a circa sessanta chilometri da Lahore, nella provincia del Punjab. Finora la polizia avrebbe fermato almeno quarantacinque persone per essere interrogate ma non vi sarebbero incriminazioni ufficiali.
«In passato — ha dichiarato monsignor Anthony ad AsiaNews — abbiamo visto folle esercitare pressioni e farsi giustizia da sé, mentre i leader religiosi si sono ben guardati dall’esprimere parole di condanna. Anzi, hanno quasi incentivato la vendetta personale. Se fossero stati presi opportuni provvedimenti in passato, forse questa barbarie sarebbe stata scongiurata».
La coppia, Shahzad Masih, di 28 anni, e la moglie Shama, di 25, si era trasferita quattro anni fa nel villaggio di Chak 59, perché l’uomo aveva trovato un impiego nella fabbrica di mattoni di un musulmano, Yousaf Gujjar. A scatenare la follia omicida una vicenda legata alla famigerata “legge nera”: domenica scorsa la donna avrebbe bruciato alcuni resti e oggetti del padre defunto, fra cui pezzi di carta. Uno dei lavoratori ha accusato Shama di aver dato alle fiamme pagine del Corano, accusandola di blasfemia, anche se in realtà si trattava di altro. A questo si aggiunge anche un piccolo debito che il giovane cristiano aveva contratto in passato con il datore di lavoro e che non era ancora riuscito a saldare poiché nelle ultime settimane era stato malato e non aveva potuto lavorare a tempo pieno. Per questo, il giorno prima della morte, il datore di lavoro, assieme a un piccolo gruppo di amici, aveva fatto irruzione nella casa di Masih e lo aveva picchiato in modo brutale. Il giorno successivo marito e moglie sono stati sequestrati e rinchiusi in una stanza nei pressi del mattonificio. La mattina del 4 novembre Gujjar ha annunciato alla locale moschea che la coppia cristiana aveva commesso il reato di blasfemia, innescando la reazione della folla che ha prima lapidato a colpi di mattone e poi bruciato i corpi dei due. Gli autori della brutale violenza sono fuggiti, facendo disperdere le proprie tracce.
Leader religiosi cristiani e musulmani, attivisti per i diritti umani e membri della società civile pakistana hanno espresso orrore e sconcerto per quanto avvenuto. E ieri, a Faisalabad, diverse associazioni hanno manifestato contro le continue persecuzioni a sfondo confessionale nel Paese asiatico, chiedendo la fine delle ingiustizie e degli abusi connessi alle leggi sulla blasfemia. Peter Jacob, già segretario esecutivo di Giustizia e Pace, organismo in seno alla Chiesa cattolica pakistana, ha parlato di «brutalità che getta un’ombra sulla nazione» e ha manifestato «tutto il cordoglio alla famiglia delle vittime», auspicando che il Governo pakistano «garantisca una volta per tutte sicurezza alle minoranze religiose». Padre Bonnie Mendes, sacerdote e attivista, ha avvertito: «Fino a che gli assassini potranno cavarsela impuniti, questi gesti continueranno a succedere». E ha lanciato un monito all’esecutivo affinché compia maggiori sforzi: «Non è questione di garantire la sicurezza ma di incriminare per omicidio quanti si sono resi responsabili dell’uccisione della coppia cristiana». Per le associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani, «non c’è più bisogno di prove per dimostrare l’insicurezza dei cristiani in Pakistan, non servono più elementi per dimostrare che vi è un abuso delle leggi sulla blasfemia. La folla ha ucciso anche il bambino innocente nel grembo di Shama che era incinta».
Anche il Consiglio degli ulema del Pakistan ha sollecitato un’inchiesta imparziale sull’episodio. In una nota il presidente, Muhammad Tahir Ashrafi, ha condannato la violenza, esprimendo «profondo dolore per l’incidente», che «non sarebbe avvenuto se la polizia locale non avesse mostrato negligenza». Se la coppia era davvero colpevole, si chiedono gli ulema, «perché la polizia non li ha arrestati dopo la denuncia dei residenti locali? Oppure, se non erano colpevoli, perché non è stata offerta loro immediata protezione, in vista della reazione scomposta della gente?». Per «identificare i fattori reali dietro questo avvenimento — prosegue il testo diffuso dal Consiglio degli ulema pakistani e sintetizzato dall’agenzia Fides — è importante condurre un’inchiesta imparziale, per scoprire le vere ragioni». Costituito anche un comitato di studiosi provenienti da tutte le denominazioni e scuole di pensiero islamiche, che intende contribuire a «portare alla luce i fatti».
L'Osservatore Romano, 8 novembre 2014.