domenica 17 agosto 2014

(a cura Redazione "Il sismografo")
"In tale spirito di apertura agli altri, 
spero fermamente che i Paesi 
del vostro Continente con i quali la Santa Sede 
non ha ancora una relazione 
piena non esiteranno a promuovere un dialogo 
a beneficio di tutti"
Sala stampa della Santa Sede. Trascrizione completa con le aggiunte di Papa Francesco.[Text: Italiano, English, Español]
Cari fratelli Vescovi,
desidero rivolgervi un fraterno e cordiale saluto nel Signore, mentre siamo radunati in questo luogo santo, nel quale numerosi cristiani hanno donato la loro vita per la fedeltà a Cristo. La loro testimonianza di carità ha portato grazie e benedizioni alla Chiesa in Corea ed anche al di là dei suoi confini: le loro preghiere ci aiutino ad essere pastori fedeli delle anime affidate alla nostra cura. Ringrazio il Cardinale Gracias per le gentili parole di benvenuto e per il lavoro svolto dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia nel dare impulso alla solidarietà e promuovere l’azione pastorale nelle vostre Chiese locali.
In questo vasto Continente, nel quale abita una grande varietà di culture, la Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti. In verità, il dialogo è parte essenziale della missione della Chiesa in Asia (cfr Ecclesia in Asia, 29).
Ma nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità. E, d’altra parte, non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo. Un chiaro senso dell’identità propria di ciascuno e una capacità di empatia sono pertanto il punto di partenza per ogni dialogo. Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi. E se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, dev’esserci apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture.
Il compito di appropriarci della nostra identità e di esprimerla si rivela tuttavia non sempre facile, poiché, dal momento che siamo peccatori, saremo sempre tentati dallo spirito del mondo, che si manifesta in modi diversi. Vorrei qui segnalarne tre. Il primo di essi è l’abbaglio ingannevole del relativismo, che oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione. È una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che «al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli» (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8). Non parlo qui del relativismo inteso solamente come un sistema di pensiero, ma di quel relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità.
Un secondo modo attraverso il quale il mondo minaccia la solidità della nostra identità cristiana è la superficialità: la tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le distrazioni, piuttosto che dedicarsi alle cose che realmente contano (cfr Fil 1,10). In una cultura che esalta l’effimero e offre numerosi luoghi di evasione e di fuga, ciò presenta un serio problema pastorale. Per i ministri della Chiesa, questa superficialità può anche manifestarsi nell’essere affascinati dai programmi pastorali e dalle teorie, a scapito dell’incontro diretto e fruttuoso con i nostri fedeli, specialmente i giovani, che hanno invece bisogno di una solida catechesi e di una sicura guida spirituale. Senza un radicamento in Cristo, le verità per le quali viviamo finiscono per incrinarsi, la pratica delle virtù diventa formalistica e il dialogo viene ridotto ad una forma di negoziato, o all’accordo sul disaccordo.
C’è poi una terza tentazione, che è l’apparente sicurezza di nascondersi dietro risposte facili, frasi fatte, leggi e regolamenti. La fede per sua natura non è centrata su se stessa, la fede tende ad “andare fuori”. Cerca di farsi comprendere, fa nascere la testimonianza, genera la missione. In questo senso, la fede ci rende capaci di essere al tempo stesso coraggiosi e umili nella nostra testimonianza di speranza e di amore. San Pietro ci dice che dobbiamo essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15). La nostra identità di cristiani consiste in definitiva nell’impegno di adorare Dio solo e di amarci gli uni gli altri, di essere al servizio gli uni degli altri e di mostrare attraverso il nostro esempio non solo in che cosa crediamo, ma anche in che cosa speriamo e chi è Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12).
Per riassumere, è la fede viva in Cristo che costituisce la nostra identità più profonda. È da questa che prende avvio il nostro dialogo, ed è questa che siamo chiamati a condividere in modo sincero, onesto, senza presunzione, attraverso il dialogo della vita quotidiana, il dialogo della carità e in tutte quelle occasioni più formali che possono presentarsi. Poiché Cristo è la nostra vita (cfr Fil 1,21), parliamo di Lui e a partire da Lui, senza esitazione o paura. La semplicità della sua parola diventa evidente nella semplicità della nostra vita, nella semplicità del nostro modo di comunicare, nella semplicità delle nostre opere di servizio e carità verso i nostri fratelli e sorelle.
Vorrei ora fare riferimento ad un ulteriore elemento della nostra identità di cristiani: essa è feconda. Poiché continuamente nasce e si nutre della grazia del nostro dialogo con il Signore e degli impulsi dello Spirito, essa porta un frutto di giustizia, bontà e pace. Permettetemi quindi di farvi una domanda circa i frutti che l’identità di cristiani sta portando nella vostra vita e nella vita delle comunità affidate alla vostra cura pastorale. L’identità cristiana delle vostre Chiese particolari appare chiaramente nei vostri programmi di catechesi e di pastorale giovanile, nel vostro servizio ai poveri e a coloro che languiscono ai margini delle nostre ricche società e nei vostri sforzi di alimentare le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa?
Infine, assieme ad un chiaro senso della nostra propria identità di cristiani, il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci al ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, speranze e aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore. Tale empatia dev’essere frutto del nostro sguardo spirituale e dell’esperienza personale, che ci porta a vedere gli altri come fratelli e sorelle, ad “ascoltare”, attraverso e al di là delle loro parole e azioni, ciò che i loro cuori desiderano comunicare. In questo senso, il dialogo richiede da noi un autentico spirito “contemplativo” di apertura e di accoglienza dell’altro. Questa capacità di empatia ci rende capaci di un vero dialogo umano, nel quale parole, idee e domande scaturiscono da un’esperienza di fraternità e di umanità condivisa. Essa conduce ad un genuino incontro, in cui il cuore parla al cuore. Siamo arricchiti dalla sapienza dell’altro e diventiamo aperti a percorrere insieme il cammino di una più profonda conoscenza, amicizia e solidarietà. Come ha osservato giustamente san Giovanni Paolo II, il nostro impegno per il dialogo si fonda sulla logica stessa dell’incarnazione: in Gesù, Dio stesso è diventato uno di noi, ha condiviso la nostra esistenza e ci ha parlato con la nostra lingua (cfr Ecclesia in Asia, 29). In tale spirito di apertura agli altri, spero fermamente che i Paesi del vostro Continente con i quali la Santa Sede non ha ancora una relazione piena non esiteranno a promuovere un dialogo a beneficio di tutti.
Cari fratelli nell’episcopato, vi ringrazio per la vostra accoglienza fraterna e cordiale. Quando guardiamo al grande Continente asiatico, con la sua vasta estensione di terre, le sue antiche culture e tradizioni, siamo consapevoli che, nel piano di Dio, le vostre comunità cristiane sono davvero un pusillus grex, un piccolo gregge, al quale tuttavia è stata affidata la missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra. Il Buon Pastore, che conosce e ama ciascuna delle sue pecore, guidi e irrobustisca i vostri sforzi nel radunarle in unità con Lui e con tutti gli altri membri del suo gregge sparso per il mondo. Affido ciascuno di voi all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e imparto di cuore la mia benedizione, quale pegno di grazia e pace nel Signore.
Francese
Chers frères Évêques,
Je voudrais vous adresser une fraternelle et cordiale salutation dans le Seigneur, alors que nous sommes réunis en ce lieu saint, où de nombreux chrétiens ont donné leur vie par fidélité au Christ. Leur témoignage de charité a apporté grâces et bénédictions à l’Église en Corée et aussi au-delà  de ses frontières : que leurs prières nous aident à être de fidèles pasteurs des âmes confiées à notre sollicitude. Je remercie le Cardinal Gracias pour ses aimables paroles de bienvenue et pour le travail réalisé par la Fédération des Conférences Épiscopales de l’Asie en donnant une impulsion à la solidarité et en promouvant l’action pastorale dans vos Églises locales.
En ce vaste continent, où il existe une grande variété de cultures, l’Église est appelée à être diversifiée et créative dans son témoignage rendu à l’Évangile, grâce au dialogue et  à l’ouverture envers tous. En vérité, le dialogue est une partie essentielle de la mission de l’Église en Asie (cf. Ecclesia in Asia, n. 29). Mais en entreprenant le chemin du dialogue avec les personnes et avec les cultures, quels doivent-être le point de départ et le point de référence fondamental qui nous guident vers notre but ? Certainement, c’est notre propre identité, notre identité de chrétiens. Nous ne pouvons pas nous engager dans un vrai dialogue si nous ne sommes pas conscients de notre identité. Et, d’autre part, il ne peut y avoir un dialogue authentique si nous ne sommes pas capables d’ouvrir notre esprit et notre cœur, avec empathie et accueil sincère de ceux avec qui nous parlons. Un sens clair de l’identité propre de chacun et une capacité d’empathie constituent donc le point de départ pour tout dialogue. Si nous voulons communiquer de manière libre, ouverte et fructueuse avec les autres, nous devons avoir bien clair à l’esprit ce que nous sommes, ce que Dieu a fait pour nous et ce qu’il attend de nous. Et si notre communication ne veut pas être un monologue, il doit y avoir ouverture de l’esprit et du cœur pour accepter les personnes et les cultures.
La tâche de nous approprier notre identité et de l’exprimer ne se révèle cependant pas toujours facile, puisque, du moment que nous sommes pécheurs, nous serons toujours tentés par l’esprit du monde qui se manifeste de diverses façons. Je voudrais ici en signaler trois. La première d’entre elles est la méprise trompeuse du relativisme, qui obscurcit la splendeur de la vérité et, secouant la terre sous nos pieds, nous fait avancer vers des sables mouvants, les sables mouvants de la confusion et du désespoir. C’est une tentation qui dans le monde d’aujourd’hui affecte même les communautés chrétiennes, conduisant les gens à oublier que « sous tous les changements, bien des choses demeurent qui ont leur fondement ultime dans le Christ, le même hier, aujourd’hui et à jamais» (Gaudium et spes, n. 10 ; cf. He 13, 8). Je ne parle pas ici du relativisme entendu seulement comme un système de pensée, mais de ce relativisme pratique, quotidien, qui, de manière presqu’imperceptible, affaiblit toute identité.
Une seconde façon dont le monde menace la solidité de notre identité chrétienne, c’est la superficialité : la tendance à jouer avec les choses à la mode, les gadgets et les distractions, plutôt que de nous consacrer aux choses qui comptent réellement (cf. Phil 1, 10). Dans une culture qui exalte l’éphémère et offre de nombreux lieux d’évasion et de fuite, cela représente un sérieux problème pastoral. Chez les ministres de l’Église, cette superficialité peut aussi se manifester dans le fait d’être fascinés par les programmes pastoraux et par les théories, au détriment de la rencontre directe et fructueuse avec nos fidèles, spécialement les jeunes, qui ont plutôt besoin d’une solide catéchèse et d’une orientation spirituelle sûre. Sans un enracinement dans le Christ, les vérités pour lesquelles nous vivons finissent par se fissurer, la pratique des vertus devient formaliste et le dialogue est réduit à une forme de négociation ou à un accord sur le désaccord.
Il y a ensuite une troisième tentation, qui est la sécurité apparente qui se cache derrière des réponses faciles, des phrases toutes faites, des lois et des règlements. La foi, par sa propre nature, n’est pas centrée sur elle-même, la foi tend à ‘‘aller au-dehors’’. Elle cherche à se faire comprendre, elle fait naître le témoignage, génère la mission. En ce sens, la foi nous rend capables d’être en même temps courageux et humbles dans notre témoignage d’espérance et d’amour. Saint Pierre nous dit que nous devons être toujours prêts à répondre à quiconque nous demande raison de l’espérance qui est en nous (1P 3, 15). Notre identité de chrétiens réside en définitive dans l’engagement à adorer Dieu seul et à nous aimer les uns les autres, à être au service les uns des autres et à montrer à travers notre exemple, non seulement en quoi nous croyons, mais encore en quoi nous espérons et qui est Celui en qui nous avons mis notre confiance (cf. 2 Tim 1, 12).
En résumé, c’est la foi vivante dans le Christ qui  constitue notre identité la plus profonde. C’est de celle-ci que part le dialogue, et cette identité que nous sommes appelés à partager de manière sincère, honnête, sans présomption, à travers le dialogue de la vie quotidienne, le dialogue de la charité et en toutes les occasions plus formelles qui peuvent se présenter. Puisque le Christ est notre vie (cf. Phil 1, 21), parlons de lui et à partir de lui, sans hésitation ni peur. La simplicité de sa parole devient évidente dans la simplicité de notre vie, dans la simplicité de notre manière de communiquer, dans la simplicité de nos œuvres de service et de charité envers nos frères et sœurs.
Je voudrais à présent me référer à un autre élément de notre identité de chrétiens : cette identité est féconde. Puisque continuellement elle naît et se nourrit de la grâce de notre dialogue avec le Seigneur et de l’impulsion de l’Esprit, elle porte un fruit de justice, de bonté et de paix. Permettez-moi donc de vous poser une question concernant les fruits que l’identité de chrétien porte dans votre vie et dans la vie des communautés confiées à votre sollicitude pastorale. L’identité chrétienne de vos Églises particulières se manifeste-t-elle clairement dans vos programmes de catéchèse et de pastorale des jeunes, dans votre service des pauvres et de ceux qui languissent aux marges de nos sociétés riches et dans vos efforts pour promouvoir les vocations au  sacerdoce et à la vie religieuse ?
Enfin, avec un sens clair de notre propre identité de chrétien, le dialogue authentique exige aussi une capacité d’empathie. Le défi qui se présente à nous est celui de ne pas nous limiter à écouter les paroles que les autres prononcent, mais de saisir la communication non dite de leurs expériences, de leurs espérances et aspirations, de leurs difficultés et de ce qui leur tient le plus à cœur. Une telle empathie doit être le fruit de notre regard spirituel et de l’expérience personnelle, qui nous porte à voir les autres comme des frères et des sœurs, et à ‘‘écouter’’, à travers et au-delà de leurs paroles et actions, ce que leurs cœurs désirent communiquer. En ce sens, le dialogue exige de nous un authentique esprit ‘‘contemplatif’’ d’ouverture et d’accueil de l’autre. Cette capacité d’empathie nous rend capables d’un vrai dialogue humain, dans lequel des paroles, des idées et des questions jaillissent d’une expérience de fraternité et d’humanité partagée. Cette capacité conduit à une authentique rencontre, dans laquelle le cœur parle au cœur. Nous sommes enrichis par la sagesse de l’autre et nous nous rendons disponibles pour parcourir ensemble le chemin d’une plus profonde connaissance, amitié et solidarité. Comme l’a justement observé saint Jean-Paul II, notre engagement pour le dialogue se fonde sur la logique même de l’Incarnation : en Jésus, Dieu lui-même est devenu l’un de nous, il a partagé notre existence et nous a parlé dans notre langue (cf. Ecclesia in Asia, n. 29).  Dans cet esprit d’ouverture aux autres, j’espère fermement que les pays de votre continent avec lesquels le Saint-Siège n’a pas encore une relation pleine n’hésiteront pas à promouvoir un dialogue au bénéfice de tous.
Chers frères dans l’épiscopat, je vous remercie pour votre accueil fraternel et cordial. Quand nous regardons le grand continent asiatique, avec sa vaste extension géographique, ses antiques cultures et traditions, nous prenons conscience que, dans le plan de Dieu, vos communautés chrétiennes constituent vraiment un pusillus grex, un petit troupeau, auquel cependant a été confiée la mission de porter la lumière de l’Évangile jusqu’aux confins de la terre. Que le Bon Pasteur, qui connaît et aime chacune de ses brebis, guide et consolide vos efforts pour les réunir dans l’unité avec lui et avec les autres membres de son troupeau répandus dans le monde. Je confie chacun de vous à l’intercession de Marie, Mère de l’Église, et j’accorde de grand cœur ma bénédiction, en signe de grâce et de paix dans le Seigneur.
Inglese
Dear Brother Bishops,
I offer you a warm and fraternal greeting in the Lord as we gather together at this holy site where so many Christians gave their lives in fidelity to Christ.  Their testimony of charity has brought blessings and graces not only to the Church in Korea but also beyond; may their prayers help us to be faithful shepherds of the souls entrusted to our care.  I thank Cardinal Gracias for his kind words of welcome and for the work of the Federation of Asian Bishops’ Conferences in fostering solidarity and promoting effective pastoral outreach in your local Churches.
On this vast continent which is home to a great variety of cultures, the Church is called to be versatile and creative in her witness to the Gospel through dialogue and openness to all.  Dialogue, in fact, is an essential part of the mission of the Church in Asia (cf. Ecclesia in Asia, 29).      But in undertaking the path of dialogue with individuals and cultures, what should be our point of departure and the fundamental point of reference which guides us to our destination?  Surely it is our own identity, our identity as Christians.  We cannot engage in real dialogue unless we are conscious of our own identity.  Nor can there be authentic dialogue unless we are capable of opening our minds and hearts, in empathy and sincere receptivity, to those with whom we speak.  A clear sense of one’s own identity and a capacity for empathy are thus the point of departure for all dialogue.  If we are to speak freely, openly and fruitfully with others, we must be clear about who we are, what God has done for us, and what it is that he asks of us.  And if our communication is not to be a monologue, there has to be openness of heart and mind to accepting individuals and cultures.
The task of appropriating and expressing our identity does not always prove easy, however, since – being sinners – we will always be tempted by the spirit of the world, which shows itself in a variety of ways.  I would like to point to three of these.  One is the deceptive light of relativism, which obscures the splendor of truth and, shaking the earth beneath our feet, pulls us toward the shifting sands of confusion and despair.  It is a temptation which nowadays also affects Christian communities, causing people to forget that in a world of rapid and disorienting change, “there is much that is unchanging, much that has its ultimate foundation in Christ, who is the same yesterday, and today, and forever” (Gaudium et Spes, 10; cf. Heb 13:8).  Here I am not speaking about relativism merely as a system of thought, but about that everyday practical relativism which almost imperceptibly saps our sense of identity.
A second way in which the world threatens the solidity of our Christian identity is superficiality, a tendency to toy with the latest fads, gadgets and distractions, rather than attending to the things that really matter (cf. Phil 1:10).  In a culture which glorifies the ephemeral, and offers so many avenues of avoidance and escape, this can present a serious pastoral problem.  For the ministers of the Church, it can also make itself felt in an enchantment with pastoral programs and theories, to the detriment of direct, fruitful encounter with our faithful, especially the young who need solid catechesis and sound spiritual guidance.  Without a grounding in Christ, the truths by which we live our lives can gradually recede, the practice of the virtues can become formalistic, and dialogue can be reduced to a form of negotiation or an agreement to disagree.
Then too, there is a third temptation: that of the apparent security to be found in hiding behind easy answers, ready formulas, rules and regulations.  Faith by nature is not self-absorbed; it “goes out”.  It seeks understanding; it gives rise to testimony; it generates mission.  In this sense, faith enables us to be both fearless and unassuming in our witness of hope and love.  Saint Peter tells us that we should be ever ready to respond to all who ask the reason for the hope within us (cf. 1 Pet 3:15).  Our identity as Christians is ultimately seen in our quiet efforts to worship God alone, to love one another, to serve one another, and to show by our example not only what we believe, but also what we hope for, and the One in whom we put our trust (cf. 2 Tim 1:12).
Once again, it is our living faith in Christ which is our deepest identity; it is from this that our dialogue begins, and this that we are asked to share, sincerely, honestly and without pretence, in the dialogue of everyday life, in the dialogue of charity, and in those more formal opportunities which may present themselves.  Because Christ is our life (cf. Phil 1:21), let us speak “from him and of him” readily and without hesitation or fear.  The simplicity of his word becomes evident in the simplicity of our lives, in the simplicity of our communication, in the simplicity of our works of loving service to our brothers and sisters.
I would now touch on one further aspect of our Christian identity.  It is fruitful.  Because it is born of, and constantly nourished by, the grace of our dialogue with the Lord and the promptings of his Spirit, it bears a harvest of justice, goodness and peace.  Let me ask you, then, about the fruits which it is bearing in your own lives and in the lives of the communities entrusted to your care.  Does the Christian identity of your particular Churches shine forth in your programs of catechesis and youth ministry, in your service to the poor and those languishing on the margins of our prosperous societies, and in your efforts to nourish vocations to the priesthood and the religious life?
Finally, together with a clear sense of our own Christian identity, authentic dialogue also demands a capacity for empathy.  We are challenged to listen not only to the words which others speak, but to the unspoken communication of their experiences, their hopes and aspirations, their struggles and their deepest concerns.  Such empathy must be the fruit of our spiritual insight and personal experience, which lead us to see others as brothers and sisters, and to “hear”, in and beyond their words and actions, what their hearts wish to communicate.  In this sense, dialogue demands of us a truly contemplative spirit of openness and receptivity to the other.  This capacity for empathy enables a true human dialogue in which words, ideas and questions arise from an experience of fraternity and shared humanity.  It leads to a genuine encounter in which heart speaks to heart.  We are enriched by the wisdom of the other and become open to travelling together the path to greater understanding, friendship and solidarity.  As Saint John Paul II rightly recognized, our commitment to dialogue is grounded in the very logic of the incarnation: in Jesus, God himself became one of us, shared in our life and spoke to us in our own language (cf. Ecclesia in Asia, 29).  In this spirit of openness to others, I earnestly hope that those countries of your continent with whom the Holy See does not yet enjoy a full relationship, may not hesitate to further a dialogue for the benefit of all.
Dear brother bishops, I thank you for your warm and fraternal welcome.  When we look out at the great Asian continent, with its vast expanses of land, its ancient cultures and traditions, we are aware that, in God’s plan, your Christian communities are indeed a pusillus grex, a small flock which nonetheless is charged to bring the light of the Gospel to the ends of the earth.  May the Good Shepherd, who knows and loves each of his sheep, guide and strengthen your efforts to build up their unity with him and with all the members of his flock throughout the world.  I commend all of you to the intercession of Mary, Mother of the Church, and I cordially impart my blessing as a pledge of grace and peace in the Lord.
Spagnolo
Queridos hermanos Obispos:
Reciban mi saludo cordial y fraterno en el Señor ahora que estamos reunidos en este lugar santo donde muchos cristianos dieron sus vidas por fidelidad a Cristo. Su testimonio de caridad ha traído gracias y bendiciones no sólo a la Iglesia en Corea sino también más allá de sus confines; que sus oraciones nos ayuden a ser pastores fieles de las almas confiadas a nuestros cuidados. Agradezco al Cardenal Gracias sus amables palabras de bienvenida y la labor de la Federación de las Conferencias Episcopales de Asia en orden a impulsar la solidaridad y promover la acción pastoral en sus Iglesias locales.
En este vasto continente, en el que conviven una gran variedad de culturas, la Iglesia está llamada a ser versátil y creativa en su testimonio del Evangelio, mediante el diálogo y la apertura a todos. De hecho, el diálogo es una parte esencial de la misión de la Iglesia en Asia (cf. Ecclesia in Asia, 29). Pero al emprender el camino del diálogo con personas y culturas, ¿cuál debe ser nuestro punto de partida y el punto de referencia fundamental para llegar a nuestra meta? Ciertamente, ha de ser el de nuestra propia identidad, nuestra identidad de cristianos. No podemos comprometernos propiamente a un diálogo si no tenemos clara nuestra identidad. Y, por otra parte, no puede haber diálogo auténtico si no somos capaces de tener la mente y el corazón abiertos a aquellos con quienes hablamos, con empatía y sincera acogida. Tener clara la propia identidad y ser capaces de empatía son, por tanto, el punto de partida de todo diálogo. Si queremos hablar con los otros, con libertad, abierta y fructíferamente, hemos de tener bien claro lo que somos, lo que Dios ha hecho por nosotros y lo que espera de nosotros. Y, si nuestra comunicación no quiere ser un monólogo, hemos de tener apertura de mente y de corazón para aceptar a las personas y a las culturas.
No siempre es fácil asumir nuestra identidad y expresarla, puesto que, como pecadores que somos, siempre estamos tentados por el espíritu del mundo, que se manifiesta de diversos modos. Quisiera señalar tres. El primero es el deslumbramiento engañoso del relativismo, que oculta el esplendor de la verdad y, removiendo la tierra bajo nuestros pies, nos lleva a las arenas movedizas de la confusión y la desesperación. Es una tentación que hoy en día afecta también a las comunidades cristianas, haciéndonos olvidar que «bajo la superficie de lo cambiante hay muchas cosas permanentes, que tienen su último fundamento en Cristo, quien existe ayer, hoy y para siempre» (Gaudium et spes, 10; cf. Hb 13,8). No hablo aquí del relativismo únicamente como sistema de pensamiento, sino de ese relativismo práctico de cada día que, de manera casi imperceptible, debilita nuestro sentido de identidad.
Un segundo modo mediante el cual el mundo amenaza la solidez de nuestra identidad cristiana es la superficialidad: la tendencia a entretenernos con las últimas modas, artilugios y distracciones, en lugar de dedicarnos a las cosas que realmente son importantes (cf. Flp 1,10). En una cultura que exalta lo efímero y ofrece tantas posibilidades de evasión y de escape, esto puede representar un serio problema pastoral. Para los ministros de la Iglesia, esta superficialidad puede manifestarse en quedar fascinados por los programas pastorales y las teorías, en detrimento del encuentro directo y fructífero con nuestros fieles, especialmente con los jóvenes, que tienen necesidad de una sólida catequesis y de una buena dirección espiritual. Si no estamos enraizados en Cristo, las verdades que nos hacen vivir acaban por resquebrajarse, la práctica de las virtudes se vuelve formalista y el diálogo queda reducido a una especie de negociación o a estar de acuerdo en el desacuerdo.
Hay una tercera tentación: la aparente seguridad que se esconde tras las respuestas fáciles, frases hechas, normas y reglamentos. La fe, por su naturaleza, no está centrada en sí misma, la fe tiende a “salir fuera”. Quiere hacerse entender, da lugar al testimonio, genera la misión. En este sentido, la fe nos hace al mismo tiempo audaces y humildes en nuestro testimonio de esperanza y de amor. San Pedro nos dice que tenemos que estar dispuestos a dar razón de nuestra esperanza a quien nos lo pidiere (cf. 1 P 3,15). Nuestra identidad de cristianos consiste, en definitiva, en el compromiso de adorar sólo a Dios y amarnos mutuamente, de estar al servicio los unos de los otros y de mostrar mediante nuestro ejemplo no sólo lo que creemos sino también lo que esperamos y quién es Aquel en quien hemos puesto nuestra confianza (cf. 2 Tm 1,12).
Así pues, la fe viva en Cristo constituye nuestra identidad más profunda. A partir de ella comienza nuestro diálogo y ella es lo que debemos compartir, sincera y honestamente, sin fingimientos, mediante el diálogo de la vida cotidiana, el diálogo de la caridad y en todas aquellas ocasiones más formales que puedan presentarse. Ya que Cristo es nuestra vida (cf. Flp 1,21), hablemos de él y a partir de él, con decisión y sin miedo. La sencillez de su palabra se transparenta en la sencillez de nuestra vida, la sencillez de nuestro modo de hablar, la sencillez de nuestras obras de servicio y caridad con los hermanos y hermanas.
Quisiera añadir un aspecto más de nuestra identidad como cristianos: su fecundidad. Naciendo y nutriéndose continuamente de la gracia de nuestro diálogo con el Señor y de los impulsos del Espíritu, da frutos de justicia, bondad y paz. Permítanme, por tanto, que les pregunte por los frutos de la identidad cristiana en su vida y en la vida de las comunidades confiadas a su atención pastoral. ¿La identidad cristiana de sus Iglesias particulares queda claramente reflejada en sus programas de catequesis y de pastoral juvenil, en su solicitud por los pobres y los que se consumen al margen de nuestras ricas sociedades y en sus desvelos por fomentar las vocaciones al sacerdocio y a la vida religiosa?
Finalmente, junto a un claro sentido de la propia identidad cristiana, un auténtico diálogo requiere también capacidad de empatía. Se trata de escuchar no sólo las palabras que pronuncia el otro, sino también la comunicación no verbal de sus experiencias, esperanzas y aspiraciones, de sus dificultades y de lo que realmente le importa. Esta empatía debe ser fruto de nuestro discernimiento espiritual y de nuestra experiencia personal, que nos hacen ver a los otros como hermanos y hermanas, y “escuchar”, en sus palabras y sus obras, y más allá de ellas, lo que sus corazones quieren decir. En este sentido, el diálogo requiere por nuestra parte un auténtico espíritu “contemplativo” de apertura y acogida del otro. Esta capacidad de empatía posibilita un verdadero diálogo humano, en el que las palabras, ideas y preguntas surgen de una experiencia de fraternidad y de humanidad compartida. Nos hace capaces de un auténtico encuentro, en que se habla de corazón a corazón. Nos enriquece con la sabiduría del otro y nos dispone a recorrer juntos el camino de un mayor conocimiento, amistad y solidaridad. Como dijo justamente san Juan Pablo II, nuestro compromiso por el diálogo se basa en la lógica de la encarnación: en Jesús, Dios mismo se ha hecho uno de nosotros, ha compartido nuestra existencia y nos ha hablado con un lenguaje humano (cf. Ecclesia in Asia, 29). En este espíritu de apertura a los otros, tengo la total confianza de que los países de este continente con los que la Santa Sede no tiene aún una relación plena avancen sin vacilaciones en un diálogo que a todos beneficiará.
Queridos hermanos en el Episcopado, les agradezco su acogida fraterna y cordial. Viendo este gran continente asiático, su vasta extensión de tierra, sus antiguas culturas y tradiciones, nos damos cuenta de que, en el plan de Dios, las comunidades cristianas son verdaderamente un pusillus grex, un pequeño rebaño, al que, sin embargo, se le ha confiado la misión de llevar la luz del Evangelio hasta los confines del mundo. El Buen Pastor, que conoce y ama a cada una de sus ovejas, guíe y fortalezca sus desvelos por congregar a todos en la unidad con él y con los miembros de su rebaño extendido por el mundo. Encomiendo a cada uno de ustedes a la intercesión de María, Madre de la Iglesia, y les imparto de corazón mi bendición, como prenda de gracia y de paz en el Señor.
 
Portoghese
Queridos Irmãos Bispos!
Dirijo-vos uma fraterna e cordial saudação no Senhor, que nos reuniu neste lugar sagrado onde numerosos cristãos deram a sua vida pela fidelidade a Cristo. O seu testemunho de caridade trouxe graças e bênçãos para a Igreja na Coreia e mesmo para além das suas fronteiras: as suas orações nos ajudem a ser pastores fiéis das almas confiadas aos nossos cuidados! Agradeço ao Cardeal Gracias as amáveis palavras de boas-vindas e o trabalho desenvolvido pela Federação das Conferências Episcopais da Ásia para dar impulso à solidariedade e promover a acção pastoral nas vossas Igrejas locais.
Neste vasto Continente, onde vive uma grande variedade de culturas, a Igreja é chamada a ser versátil e criativa no seu testemunho do Evangelho, através do diálogo e da abertura a todos. Na verdade, o diálogo é parte essencial da missão da Igreja na Ásia (cf. Ecclesia in Asia, 29). Mas, ao empreendermos o caminho do diálogo com indivíduos e culturas, qual deve ser o nosso ponto de partida e o ponto de referência fundamental que nos guia para a nossa meta? Tal ponto é, sem dúvida, a nossa identidade própria, a nossa identidade de cristãos. Não podemos comprometer-nos num verdadeiro diálogo, se não estivermos conscientes da nossa identidade. E, por outro lado, não pode haver diálogo autêntico, se não formos capazes de abrir a mente e o coração, com empatia e sincera receptividade, àqueles com quem falamos. Por conseguinte, um sentido claro da identidade própria de cada um e a capacidade de empatia constituem o ponto de partida para qualquer diálogo. Se queremos comunicar de forma livre, franca e frutuosa com os outros, devemos ter bem claro aquilo que somos, aquilo que Deus fez por nós e aquilo que Ele exige de nós. E se a nossa comunicação não quer ser um monólogo, deve haver abertura de mente e coração para aceitar indivíduos e culturas.
Todavia nem sempre se revela fácil esta tarefa de nos apropriarmos da nossa identidade e de a exprimirmos, pois, uma vez que somos pecadores, sempre nos sentiremos tentados pelo espírito do mundo, que se manifesta de variados modos. Queria assinalar aqui três. O primeiro deles é o deslumbramento enganador do relativismo, que obscurece o esplendor da verdade e, abalando a terra sob os nossos pés, impele-nos para areias movediças: as areias movediças da confusão e do desespero. É uma tentação que, no mundo actual, atinge também as comunidades cristãs, levando as pessoas a esquecerem-se de que, «subjacentes a todas as transformações, há muitas coisas que não mudam, cujo último fundamento é Cristo, o mesmo ontem, hoje e para sempre» (Gaudium et spes, 10; cf. Heb 13, 8). Não falo aqui do relativismo entendido apenas como um sistema de pensamento, mas daquele relativismo prático quotidiano que, de forma quase imperceptível, enfraquece qualquer identidade.
Um segundo modo pelo qual o mundo ameaça a solidez da nossa identidade cristã é a superficialidade: a tendência a entreter-se com as coisas de moda, quinquilharias e distracções, em vez de se dedicar a coisas que contam realmente (cf. Fil 1, 10). Numa cultura que exalta o efémero e oferece numerosos lugares de evasão e fuga, isto representa um grave problema pastoral. Para os ministros da Igreja, esta superficialidade pode manifestar-se também em deixarse fascinar pelos programas pastorais e pelas teorias, em detrimento do encontro directo e frutuoso com os nossos fiéis, especialmente os jovens, que necessitam antes de uma catequese sólida e uma orientação espiritual segura. Sem um enraizamento em Cristo, as verdades, que são a razão da nossa vida, acabam por ficar abaladas, a prática das virtudes torna-se formalista e o diálogo fica reduzido a uma forma de negociação ou ao acordo no desacordo.
Há depois uma terceira tentação, que é a aparente segurança de se esconder atrás de respostas fáceis, frases feitas, leis e regulamentos. A fé, por sua natureza, não se concentra em si mesma, mas tende a «sair»: procura fazer-se compreender, faz nascer o testemunho, gera a missão. Neste sentido, a fé torna-nos capazes de ser ao mesmo tempo corajosos e humildes no nosso testemunho de esperança e amor. São Pedro diz-nos que devemos estar sempre prontos a responder a qualquer pessoa que nos peça a razão da esperança que há em nós (cf. 1 Ped 3, 15). A nossa identidade de cristãos consiste, em última análise, no compromisso de adorar unicamente a Deus e de nos amarmos uns aos outros, de estar ao serviço uns dos outros e mostrar, com o nosso exemplo, não só aquilo em que acreditamos, mas também aquilo em que esperamos e quem é Aquele no qual pusemos a nossa confiança (cf. 2 Tim 1, 12).
Resumindo, é a fé viva em Cristo que constitui a nossa identidade mais profunda. É dela que parte o nosso diálogo e é esta fé que somos chamados a partilhar, de modo sincero, honesto e sem presunção, por meio do diálogo da vida quotidiana, do diálogo da caridade e em todas as ocasiões mais formais que possam surgir. Uma vez que Cristo é a nossa vida (cf. Fil 1, 21), falamos sobre Ele e partindo d’Ele, sem hesitação nem medo. A simplicidade da sua palavra torna-se evidente na simplicidade da nossa vida, na simplicidade do nosso modo de comunicar, na simplicidade das nossas obras de serviço e caridade aos nossos irmãos e irmãs. Gostaria agora de referir outro elemento da nossa identidade de cristãos: ela é fecunda. Uma vez que deriva e se alimenta continuamente da graça do nosso diálogo com o Senhor e dos impulsos do Espírito, ela produz um fruto de justiça, bondade e paz. Permiti-me, pois, uma pergunta sobre os frutos que a identidade de cristãos está a produzir na vossa vida e na vida das comunidades confiadas ao vosso cuidado pastoral: Será que aparece claramente a identidade cristã das vossas Igrejas particulares nos vossos programas de catequese e de pastoral juvenil, no vosso serviço aos pobres e a quantos desfalecem à margem das nossas sociedades ricas, e nos vossos esforços por alimentar as vocações ao sacerdócio e à vida religiosa?
Por fim, juntamente com um claro sentido da nossa própria identidade de cristãos, o diálogo autêntico requer também capacidade de empatia. O desafio que se nos coloca é o de não nos limitarmos a ouvir as palavras que os outros pronunciam, mas individuar a comunicação nãoverbal das suas experiências, esperanças e aspirações, das suas dificuldades e daquilo que lhes está mais a peito. Uma tal empatia deve ser fruto do nosso olhar espiritual e da experiência pessoal, que nos leva a ver os outros como irmãos e irmãs, a «escutar», através e para além das suas palavras e acções, aquilo que os seus corações desejam comunicar. Neste sentido, o diálogo exige de nós um autêntico espírito «contemplativo» de abertura e receptividade do outro. Esta capacidade de empatia torna-nos capazes de um verdadeiro diálogo humano, no qual palavras, ideias e perguntas brotam de uma experiência de fraternidade e humanidade compartilhada; leva a um encontro genuíno, no qual o coração fala ao coração. Somos enriquecidos pela sabedoria do outro e tornamo-nos disponíveis para percorrer juntos a estrada de um conhecimento mais profundo, de amizade e solidariedade. Como justamente observou São João Paulo II, o nosso compromisso em prol do diálogo baseia-se na própria lógica da Encarnação: em Jesus, o próprio Deus tornou-Se um de nós, partilhou a nossa existência e falou-nos com a nossa linguagem (cf. Ecclesia in Asia, 29). Num tal espírito de abertura aos outros, espero firmemente que os países do vosso Continente, com os quais a Santa Sé ainda não tem plenas relações, não hesitarão em promover um diálogo para benefício de todos.
Queridos Irmãos no episcopado, agradeço o vosso acolhimento fraterno e cordial. Quando olhamos para o grande Continente Asiático, com a sua vasta extensão de terras, as suas antigas culturas e tradições, tomamos consciência de que, no plano de Deus, as vossas comunidades cristãs são verdadeiramente um pusillus grex, um pequeno rebanho, ao qual, porém, foi confiada a missão de levar a luz do Evangelho até aos confins da terra. O Bom Pastor, que conhece e ama cada uma das suas ovelhas, guie e robusteça os vossos esforços para reuni-las na unidade com Ele e com todos os outros membros do seu rebanho espalhado pelo mundo. Confio cada um de vós à intercessão de Maria, Mãe da Igreja, e de coração concedo a minha bênção, como penhor de graça e paz no Senhor.