domenica 6 luglio 2014

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla) Mercoledì 9 luglio sarà il 25.mo anniversario della morte di mons. Pietro Salvatore Colombo, francescano italiano, vescovo di Mogadiscio (con giurisdizione su tutta la Somalia), ucciso sul sagrato della Cattedrale della capitale somala, dopo la Messa vespertina. L'omicida, uno solo, è rimasto ignoto sino ad oggi. Pietro Salvatore  Colombo era nato a Carate Brianza (Via Verdi), nell'arcidiocesi di Milano, il 28 ottobre 1922. Entrò nel noviziato dell'Ordine dei Frati Minori ed emise la professione solenne il 20 agosto 1944. Fu ordinato sacerdote, nel Duomo di Milano, il 6 aprile 1946, dal cardinale arcivescovo, il benedettino Alfredo Ildefonso Schuster. Arrivò in Somalia il 30 marzo 1947 e qui restò ininterrottamente per 42 anni, fino alla morte.
Alcuni testi biografici ricordano che mons. Colombo "lavorò in vari centri missionari del Paese, finché, nel 1954, il vicario apostolico di Mogadiscio, mons. Francesco Venanzio Filippini lo nominò suo vicario generale, carica che conservò poi anche con il nuovo ordinario, mons. Antonio Silvio Zocchetta. Dopo due anni di sede vacante, seguiti alla prematura morte di quest'ultimo vescovo, Paolo VI, il 20 novembre 1975, con la Costituzione apostolica "Ex quo Dei", elevò il vicariato apostolico di Mogadiscio a diocesi e contestualmente lo elesse suo primo vescovo. L'ordinazione episcopale gli venne conferita nella cittadina natale di Carate Brianza, il 16 marzo 1976, dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano. La sera di domenica 9 luglio 1989 venne ucciso, con un solo colpo di pistola al cuore, all'esterno della sua cattedrale da un assassino rimasto sconosciuto. Le esequie si svolsero nella cattedrale, il successivo 15 luglio, di notte, nel massimo segreto, alla presenza dei frati della missione e di poche altre persone e vennero presiedute da mons. Luis Robles Díaz, nunzio apostolico in Sudan e delegato apostolico per la Regione del Mar Rosso, giunto da Karthoum. Venne sepolto nella cattedrale accanto alle tombe dei vescovi Antonio Silvio Zocchetta (1920-1973), Francesco Fulgenzio Lazzati (1882-1932), suoi predecessori, e Bernardino Vitale Bigi (1884-1930), vescovo titolare di Antedone, vicario apostolico della Cirenaica, in Libia, tutti appartenenti all'ordine dei Frati Minori. Due anni dopo, la chiesa venne saccheggiata e distrutta, le tombe dei vescovi scoperchiate e i resti dispersi. Nell'agosto del 1993 mons. Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Mogadiscio (che già alla fine del 1991 aveva appurato di persona la distruzione della cattedrale e degli edifici annessi) con l'aiuto dei paracadutisti italiani della forza multinazionale di pace e del loro cappellano, raccolse le poche ossa rinvenute che vennero poste in quattro cassette e trasferite in Italia, dove vennero conservate provvisoriamente nel deposito di un cimitero.
Il 12 novembre 1997, i resti dei quattro vescovi francescani vennero inumati nella Basilica di Sant'Antonio di Padova in via Farini a Milano". La nipote Liliana, figlia del fratello Franco, terzo di nascita dopo Adalgisia e Abele, sfoglia l’album di famiglia e ricorda: «Sembra ieri la mattina in cui mio cugino mi telefonò per dirmi che lo zio Pierino era morto. Ero incredula e sconvolta. Di lui conservo tanti ricordi e una grande lezione di umiltà: non si dava arie e anche dopo l’ordinazione episcopale ha continuato ad indossare semplicemente il saio e i sandali, come un francescano qualunque».
«Una volta in una stazione qui in Italia – aggiunge Maria, figlia di Liliana – alcuni ragazzi lo fermarono stupiti e gli chiesero come mai un frate portasse al dito un anello tanto importante come il suo. Rimasero senza parole nello scoprire che quello che avevano davanti era un vescovo». «Zio Pierino era una persone speciale – continua la nipote diretta - e papa Francesco me lo ricorda molto: anche lui si rifiutava di viaggiare sull’auto privata e usava i mezzi pubblici come qualunque altra persona. Ha dato la vita per la sua Somalia, dove ha costruito scuole, ha aperto pozzi e ha fondato la Caritas. Ha vissuto per la giustizia e la pace del popolo somalo. Ogni volta che tornava a Carate riusciva a mobilitare tantissima gente, che lo aiutava volentieri a finanziare le sue opere missionarie. Gli volevano bene proprio tutti».
Testimone del martirio, padre Massimo Taroni, fu il primo a soccorrerlo in quella sera di sangue che l’opinione pubblica ha dimenticato troppo in fretta. Mercoledì 9 luglio, alle ore 18, la messa del 25.mo sarà celebrata da monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti. In merito alla morte di mons. Colombo, anni fa il vescovo Bertin si espresse così: «All’epoca ero vicario episcopale», ricorda Bertin, «Dell’omicidio furono incolpati gli islamici, ma io non ne sono affatto convinto. Credo piuttosto che si sia trattato di una sorta di omicidio di Stato: è probabile che Barre (Ndr. Mohammed Siad Barre, presidente e dittatore della Somalia dal 1969 al 1991), o qualcuno del suo entourage, volesse far balenare davanti agli occhi dell’Occidente il pericolo islamico. Andammo avanti, illudendoci che non ci avrebbero molestato ulteriormente. Ma poi, nel ’91, incendiarono la Cattedrale e fummo costretti ad andare via. E con noi è partito anche il 90 per cento dei cristiani, che erano per lo più stranieri».
Il ricordo e l'omaggio di s. Giovanni Paolo II (domenica 16 luglio 1989)
Una settimana dopo l'uccisione di mons. Colombo, Giovanni Paolo II così ricordò il martirio: "Ed ora, vorrei ricordare con voi nella preghiera la figura cara ed esemplare di monsignor Pietro Salvatore Colombo, Vescovo di Mogadiscio, morto domenica scorsa per mano di un ignoto assassino. La sua scomparsa ha suscitato profonda commozione e rimpianto. Egli aveva fatto dono del suo sacerdozio alla missione in Somalia, prodigandosi con zelo e grande carità apostolica nella cura delle anime ed al servizio dei fratelli. La testimonianza che egli ha reso alla verità, le molte iniziative della sua sollecitudine per i bisognosi, l’opera di pace costantemente svolta restano in benedizione nella memoria di quella Chiesa e di tutto il popolo somalo. Per lui imploriamo la ricompensa che il Signore riserva al suo “servo buono e fedele”. Il nostro pensiero affettuoso si rivolge ai familiari di monsignor Colombo, ai suoi confratelli dell’ordine francescano dei Frati Minori ed a tutti i missionari che, in ogni parte del mondo, spendono generosamente la loro vita per la causa del Vangelo, talora fino al supremo sacrificio. Li affidiamo alla protezione di Maria santissima, madre dolorosa, regina degli apostoli. Una preghiera, infine, ed un ricordo di fraterna solidarietà per la piccola comunità cattolica della Somalia, che piange la perdita di una Pastore stimato ed amato: chiediamo al Signore di confortarla in questa prova dolorosa, affinché essa possa perseverare, con fiducia e con speranza, sul cammino tracciato da monsignor Colombo, per il bene di quella nobile e diletta nazione africana".