mercoledì 26 febbraio 2014

(a cura Redazione "Il sismografo")
Nota. Trascrizione di lavoro a cura del Sedoc, Radio Vaticana, dell’intervento di S.B. Svjatoslav Shevchuk, Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina di Kiev all’incontro con i giornalisti il 25 febbraio.
Vorrei dire anzitutto che la questione centrale di tutta questa discussione vissuta in Ucraina nell’ultimo decennio è quella sulla identità europea del popolo ucraino. Praticamente, dopo la visita di Giovanni Paolo II in Ucraina, nel 2001, tutti i presidenti, i governi, hanno dichiarato che l’avvicinamento, o la possibile associazione, o l’integrazione dell’Ucraina con la società Unione europea, è un piano strategico dello sviluppo del nostro popolo.
Non solo piano strategico, ma al giorno d’oggi vediamo che questa è anche una garanzia per una Ucraina indipendente, libera e democratica. L’anno scorso, nel 2013, è stato l’apice di queste aspettative sociali in Ucraina, praticamente questo versante europeo è diventato un progetto dello sviluppo sociale nazionale. E la corona di queste aspettative è stato il vertice Ucraina-Unione Europea il 29 novembre dello scorso anno. Anche il nostro ex-presidente Viktor Yanukovich che rappresentava la parte piuttosto russofona dell’Ucraina, conduceva la società ucraina in questa direzione. Era il promotore ultimo di questo movimento, ma una settimana prima della data annunciata, il 29 novembre, il governo ucraino ha dato la notizia che questa associazione non si sarebbe fatta. Yanukovich è andato a Vilnius, si è dimostrato non aperto e non ha firmato il testo concordato della associazione con l’Unione europea. E questo fatto ha provocato uno shock nella società ucraina. Per usare una immagine molto suggestiva, posso dire così: quando un treno con una grande velocità va verso una certa direzione e poi ad un certo momento, qualcuno preme il freno, tutti cadono per terra; proprio quello è successo il 29 e 30 novembre in Ucraina. Ma se anche il governo ha cambiato direzione, la società ucraina no. I primi ad uscire a protestare perché non vogliono ritornare sul versante della restaurazione della Unione Sovietica sono stati gli studenti, studenti che sono cresciuti in una Ucraina indipendente, studenti provenienti da varie parti del Paese ucraino, studenti che non appartenevano a nessun partito politico. Questa giovane generazione è uscita per manifestare che loro sono europei e vedono il loro futuro e il futuro del loro Paese come un Paese libero, democratico, europeo, secondo la sua propria identità. In questo periodo gli ucraini hanno manifestato un modo particolare della protesta pacifica: presentarsi e rimanere in piazza, semplicemente stare lì. Questo hanno cominciato a fare gli studenti; per sottolineare che la loro protesta non è una protesta politica, non volevano stare insieme ai politici che facevano la loro manifestazione accanto. Poi i politici si sono stancati, hanno abbandonato le loro bandiere e si sono uniti a questi giovani. Ma quale la reazione del governo? L’uso sproporzionato della violenza. Le forze speciali delle forze dell’ordine (berkut) con colpi molto forti, hanno fatto disperdere questi ragazzi, hanno provocato decine di feriti. Alle 4 del mattino questi giovani perseguitati dai berkut, senza armi, senza niente, si sono rifugiati in un monastero ortodosso e i berkut volevano anche entrare nel monastero, ma i monaci hanno protetto i giovani. E questo è successo la notte fra venerdì e sabato; domenica in piazza si sono presentate centinaia di migliaia di persone e così è cominciato il Maidan (Maidan è il nome della piazza dove hanno cominciato la protesta gli studenti ndt), la piazza affollata di centinaia di migliaia di persone che stavano lì per protestare contro la violenza, per dire il loro no allo spargimento di sangue e per confermare che quanto hanno presentato gli studenti è anche il desiderio della società ucraina. E così il Maidan degli studenti è diventato il Maidan della società civile. Io voglio sottolineare civile, non politica, non si trattava di sostenere né l’opposizione, né il governo, ma l’identità. E come ha reagito il governo? Ha aspettato alcuni giorni e ha usato la violenza. Nella notte fra il 10 e l’11 di dicembre, sempre di notte. Hanno cercato di pulire la piazza, ma la gente, senza niente, non si è lasciata disperdere. E dopo questi scontri hanno costruito le prime barricate, per difendersi. Ma io voglio ancora sottolineare che questa protesta era veramente una protesta pacifica, perché immaginatevi in Europa una situazione simile, se centinaia di migliaia di persone stanno per settimane insieme in una piazza, e nessun vetro rotto, nessun magazzino saccheggiato. L’unica azienda che per un solo giorno ha chiuso il suo locale è stata McDonald’s, perché forse avevano una brutta esperienza in altre parti del mondo, ma poi hanno riaperto. E in questi giorni c’era veramente un clima di festa, la festa della libertà e della democrazia. E cosa facevano le Chiese in questo periodo. Come hanno reagito le Chiese a queste manifestazioni? Anzitutto vi voglio dire che durante tutto l’anno scorso le Chiese hanno partecipato alla discussione sociale sui valori europei del nostro Paese. Devo anche ricordare che l’anno scorso abbiamo festeggiato 1025 anni del cristianesimo in Ucraina, tutte le nostre Chiese: cattoliche, ortodosse, protestanti. E tutti abbiamo confermato che la decisione del principe Vladimiro di accettare il cristianesimo era una scelta europea; proponendo la fede cristiana, lui ha aperto la cultura slava a questa famiglia dei paesi europei. Anche di più: in Ucraina esiste una società non governativa che si chiama Consiglio delle Chiese e le Comunità Religiose che riunisce il 90% di tutti i credenti in Ucraina. In questo consiglio entrano tutte le Chiese ortodosse, che sono la maggioranza, cattoliche (ambedue i riti: quello latino e la nostra Chiesa greco-cattolica), tutti i protestanti, ebrei e musulmani. L’anno scorso siamo andati 2 volte a Bruxelles per manifestare questa volontà pro europea del popolo e alle nostre spalle avevamo il 75% della società ucraina, integranti della nostra comunità. E sempre dicevamo: noi parlando con voi non rappresentiamo il governo; non ci ha mandato qui da voi il governo, non si tratta di un partito politico, ma di persone semplici che vengono nelle nostre chiese. L’ultima volta siamo stati a settembre dell’anno scorso, Abbiamo anche emanato un testo, un appello alla società ucraina, perché non tutto quello che adesso succede in Europa, moralmente è cristianamente accettabile, perciò noi pastori, capi delle Chiese, abbiamo partecipato a questa discussione con una grande discrezione, anche discernimento di tutto quello che noi possiamo ricevere e anche dare alla società europea. E questo appello sulla identità europea del nostro popolo è stato sottoscritto da tutte le Chiese, anche la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca. Direi voto unanime. Ma quando è cominciata questa manifestazione, per confermare la volontà europea, noi dovevamo essere coerenti, questo vuol dire che quando i nostri fedeli ci hanno chiesto un’assistenza spirituale per stare insieme con loro, noi siamo venuti. E così Maidan sempre in questi mesi ha avuto una dimensione religiosa molto forte. E la gente diceva: se la Chiesa non si presentasse lì, sarebbe un po’ strano, perché le Chiese fanno parte della società civile, se loro veramente non si presentano, vuol dire che scappano dalla società. Non è questa la missione della Chiesa. Perciò anche fra queste tende sulla piazza, abbiamo costruito una tenda, una cappella dove si celebrava l’Eucaristia, non solo dai cattolici, ma anche dagli ortodossi, anche i protestanti stavano lì per pregare. Ogni domenica le manifestazioni si aprivano con una preghiera ecumenica, non solo ecumenica ma anche interreligiosa, perché sempre c’era un rabbino presente e un imam musulmano. Questo clima della gioia, della celebrazione della dignità, è drasticamente cambiato il 19 gennaio, perché stare in piazza, dopo capodanno, non era così facile, perché la temperatura è scesa a 29 gradi sottozero e sembrava che nessuno volesse fare attenzione a queste centinaia di migliaia di persone presenti lì. Il presidente, il governo, facevano finta che niente stesse succedendo. Questa voce che gridava al cielo, a tutto il mondo, non era ascoltata. Con un po’ di rammarico vorrei dire che non è stata ascoltata non solo dal nostro governo, ma anche dalla società internazionale. Tutti vedevano: ma chi sono quelli lì? Chi li rappresenta? Quali domande pongono al governo. E questa gente veramente poneva veramente richieste morali: no alla corruzione, no alla dittatura, no al disprezzo della dignità umana, no a questo modo di decidere il futuro del Paese senza consultare la gente interessata. Il 16 gennaio il nostro parlamento ha emanato una serie di leggi chiamate dispotiche o draconiche che non solo limitavano la libertà di espressione, la libertà di movimento, ma anche una legge che vietava di mettere insieme più di 5 macchine per strada; così alcuni hanno posto nella loro macchina, dietro, una iscrizione: io sono quinto, non andare dietro. Anche dal punto di vista legislativo questo governo diventava sempre più dispotico e autocrate. E la gente veramente si è stancata. Il 19 gennaio per noi è la festa della teofania, quando si benedicono le acque. La gente dice che con l’aspersione dell’acqua si scaccia il demonio, ma in questo giorno, veramente, abbiamo avuto i primi scontri, molto violenti. Abbiamo assistito ad un uso sproporzionato della forza per la terza volta e la protesta pacifica ha cominciato a deteriorare, perché la gente si sentiva in dovere di difendersi. Il 20 gennaio, noi insieme, le Chiese di Ucraina, abbiamo fatto un appello contro la violenza e abbiamo detto: no allo spargimento di sangue. Ma nessuno ci ha dato ascolto. E il 22 gennaio abbiamo avuto le prime 4 vittime. Il cecchino sparava, e questo ha provocato l’effetto di una bomba. Noi, i capi delle Chiese e Società religiose, abbiamo avuto la sensazione che solo con le parole, non era più possibile costruire la pace, perché la rabbia della gente, veramente già usciva fuori. E così noi abbiamo fatto una riunione straordinaria, abbiamo chiesto apertamente e pubblicamente un incontro con il presidente e con l’opposizione, come mediatori della pace, e grazie a Dio, in questo momento, la presidenza in questo Consiglio delle Chiese, per turno appartiene alla Chiesa ucraina ortodossa del Patriarcato di Mosca. Cioè, tutte le prese di posizione le abbiamo fatte sempre insieme. Abbiamo fatto l’incontro con il presidente, poi con l’opposizione e così per 3 settimane abbiamo avuto un periodo di pace, senza morti, senza sangue, senza violenza. Ma la settimana scorsa tutto questo è scoppiato di nuovo. Mi faceva male sentire che qualcuno chiama questa gente che si presentava nella piazza nazionalisti estremisti. Vi voglio dire: a Maidan si parlava russo, si parlava ucraino, non era la protesta contro l’altro cittadino ucraino, era la protesta della società civile contro un governo ingiusto e corrotto. Le prime vittime uccise a Maidan il 22 gennaio erano un armeno e un bielorusso. Non si tratta di nazionalismo, ma si tratta di solidarietà internazionale contro una dittatura di tipo asiatico, senza offendere la nostra amica Asia. Ma questo è un certo modo di imporre visioni alla gente senza un dialogo aperto della società. Alcuni dicevano che questa gente che stava lì in piazza erano terroristi, perché il governo aveva apertamente dichiarato che stava preparando un’azione antiterroristica per pulire la piazza. Ma vi devo raccontare come si comportava la gente alcuni giorni fa, il 19 e 18 febbraio, quando il cecchino ha cominciato a scegliere le sue vittime. Si sono formate file per accedere alla confessione, c’erano decine di preti a confessare lì e questa gente andava a confessarsi e dicevano così: prima della morte. E poi uscivano per stare nelle barricate ed erano disposti a morire. Io mi chiedo: ma questa è la condotta di un terrorista? Sono convinto di no. Perché nessuno è andato alla confessione con le armi. In questi giorni, il giorno più sanguinario è stato giovedì scorso. Un cecchino ha ucciso più di 75 persone, fra di loro il più giovane era un ragazzino di 17 anni. Se uno vuol fare un’analisi sociale di questa gente che stava lì, anzitutto erano giovani, studenti, professionisti, artisti, atleti, cioè fioretti della nazione ucraina. E queste vittime che abbiamo avuto questa settimana hanno fatto tremare la coscienza dei nostri parlamentari e secondo me è un piccolo miracolo, perché sparava il cecchino e i nostri deputati si sono riuniti nella sala del parlamento e hanno cominciato a lavorare e con la decisione del parlamento hanno richiamato le forze dell’ordine. Il nostro presidente Yanukovich aveva sottoscritto un accordo con l’opposizione perché lui vedeva che la sua maggioranza in parlamento si scioglieva, come neve al sole. E quando lui ha firmato questo accordo e il parlamento ha richiamato le forze dell’ordine, non solo quelli che uccidevano la gente a sangue freddo sono fuggiti dal centro città, ma anche lui è sparito. E questa è la situazione che abbiamo adesso in Ucraina. L’ultima dichiarazione che abbiamo fatto insieme, come Consiglio delle Chiese, è stata sabato scorso, quando io dovevo partire per Roma. E’ stata una dichiarazione contro il separatismo, perché si vede che qualcuno sta tentando di dividere il nostro Paese, di importare in Ucraina la guerra civile, di contrapporre una parte di Ucraina contro l’altra, come a far si che venisse fuori che ciò che è successo in Ucraina è un colpo di stato fatto da estremisti nazionalisti. Ma come testimone oculare, che stava lì con questa gente, posso dire che non è vero. Nell’ultima settimana non solo abbiamo avuto più di 100 morti, più o meno accertati, ma anche centinaia di feriti. Già nella seconda parte di gennaio abbiamo avuto molti feriti che avevano paura di presentarsi negli ospedali statali perché, se si presentava un ferito, i medici erano obbligati a denunciarlo alla polizia e immediatamente la polizia andava negli ospedali per arrestare questa gente. Vi posso raccontare una storia: un ragazzino di 20 anni che ha perso l’occhio, ha dovuto saltare dal secondo piano per sfuggire alla polizia che era venuta a prenderlo. Nel mese di gennaio abbiamo assistito ad un fenomeno strano, cominciavano a vagare per la città di Kiev, la capitale, gruppi che rapivano le persone, le torturavano e poi i loro cadaveri si trovavano nei boschi intorno a Kiev. Quelli che sono sopravvissuti alle torture dicevano che parlavano russo con un accento che non si trova nei confini del territorio ucraino e ponevano una sola domanda: chi vi sta pagando? Dicevano: quelli non capiscono che noi non stiamo qui per soldi, nessuno ci paga, ci spinge la nostra coscienza. E con torture dovevano testimoniare questo. E quando abbiamo incontrato il nostro presidente insieme con le altre Chiese, io ho parlato di questi feriti. Dicevo: ma signor presidente noi siamo preoccupati perché dalla sala operatoria li portano in prigione, ma è disumano. E poi questi desaparecidos ucraini ma dove stanno? Chi li sta sequestrando e torturando? E poi quelli che sono stati arrestati erano custoditi con un regime così severo che neanche un cappellano, un sacerdote, poteva accedere per visitare questa gente, e noi abbiamo avuto delle informazioni che anche la polizia li stava torturando, cioè la stessa tattica. Ma il presidente ha fatto un bel sorriso e non mi ha risposto niente e a questo punto noi cristiani di varie confessioni abbiamo creato una rete clandestina di aiuto ai feriti, perché la gente non poteva accedere senza la paura di essere arrestata negli ospedali pubblici e così le nostre chiese, le nostre cattedrali, sono diventate ospedali clandestini. Io ricordo che in questi giorni, veramente freddi, quando abbiamo portato via clandestinamente da Kiev quelli feriti, la gente che stava in piazza, quando la temperatura è scesa sotto i 20 gradi, veramente era colpita dal freddo, con polmoniti e altre malattie. Un posto dove stavano, perché faceva caldo, era una chiesa luterana, proprio accanto all’edificio dell’amministrazione del presidente, a due passi. E sono andato per visitarli e il pastore luterano mi ha detto: beatitudine non mi deve ringraziare per quello che stiamo facendo, perché noi protestanti abbiamo visto che è il Cristo sofferente che sta lì nella piazza e noi ci siamo sentiti di dover, in coscienza, fare misericordia; non deve ringraziarci, stiamo facendo il nostro dovere cristiano. Ma quando la situazione si è aggravata in modo davvero drammatico - sparava il cecchino, tiravano granate - c’erano tanti feriti che non si potevano trasportare più e la chiesa più vicina a questa piazza è la cattedrale latina, e la cattedrale latina è diventata una sala operatoria, proprio di fronte all’altare dove si celebra l’Eucaristia, lì su questa tavola, i medici volontari operavano questa gente per salvare le vite e poi con un traffico clandestino di feriti, li abbiamo portati via da questo campo di battaglia, sempre con la grande paura che per strada qualcuno ci potesse seguire con conseguenze veramente molto, molto pericolose. Le Chiese, in questi momenti, sono riuscite ad abbattere ogni tipo di divisioni confessionali, anche quando non siamo riusciti a riunirci subito, perché la situazione cambiava ogni ora; ognuno faceva la propria dichiarazione e poi quando ci siamo incontrati e abbiamo rivisto le nostre dichiarazioni, ci siamo accorti di aver detto le stesse cose e io dicevo al mio fratello ortodosso, il metropolita Antony (della Chiesa ortodossa ucraina-patriarcato di Mosca), questo vuol dire che noi siamo stati ispirati dallo stesso Spirito. Perciò le Chiese facevano da mediatori di pace e poi la Chiesa, come buona madre, faceva di tutto per salvare i suoi figli, per coprire con il suo proprio manto, per salvare le loro vite. Io vi posso raccontare tante storie di grande solidarietà, ma veramente viviamo adesso da una parte un periodo di buio, perché nessuno sa come tutto andrà a finire, ma anche un grande periodo di speranza, perché Maidan è diventata veramente un lievito che ha fatto fermentare tutta la società ucraina. Ogni regione è stata toccata da questo fenomeno, con le proprie particolarità linguistiche, storiche. Tutti quanti vediamo che il nostro Paese è cambiato. E proprio questi valori europei adesso si manifestano nell’agire concreto della gente comune. Per terminare questo discorso vorrei fare un appello alla solidarietà: anzitutto vorrei chiedere che gli europei si sveglino, perché quello che sta succedendo in Ucraina prima o poi toccherà a tutti voi, l’Ucraina è parte dell’Europa, e quando si continuerà a fare finta che non succede niente in Europa, non solo le cose nell’Europa orientale peggioreranno, ma questo provocherà grande sfiducia nei valori europei nei Paesi occidentali stessi. Voglio chiedere anche la possibilità di rivedere le relazioni con l’Ucraina. Si è parlato già del fatto che questi studenti che protestavano non debbano chiedere un visto per entrare nei paesi europei in modo difficile come adesso sta accadendo. Vogliamo costruire l’Europa in Ucraina, e quegli studenti possono fare questo, perciò l’Europa non deve difendersi da questa gioventù ucraina. Chiedo solidarietà, aiutare i feriti, abbiamo migliaia di feriti. Molti governi europei, ad esempio Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, hanno offerto i loro mezzi per ricevere i feriti, per aiutare questi giovani, non solo salvare loro la vita, ma anche l’integrità della loro vita, perciò se questo è possibile fare anche in Italia, saremmo veramente molto grati. Vorrei esprimere anche la nostra gratitudine alla Polonia, Germania e Francia, perché i loro ministri degli affari esteri, in questi giorni più bui della settimana scorsa, sono stati in Ucraina, per una mediazione di pace. Ma questo bisogna continuarlo, perché il pericolo che un nostro vicino provocherà una guerra civile in Ucraina, non è ancora passato, perciò questa solidarietà internazionale, questa attenzione, è urgente per l’Ucraina. Io, forse, posso dire che si, aiuti economici sono importanti, perché certamente questa rivoluzione avrà delle ripercussioni anche sul campo economico in Ucraina. Alcuni stanno dicendo che stiamo sul limite di default. Ma io penso che la solidarietà umana è diplomatica adesso, è ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno.