venerdì 10 gennaio 2014

L'Osservatore Romano
(Piergiorgio Confalonieri, Postulatore della causa di canonizzazione) Con il decreto sull’eroicità delle virtù, promulgato da Papa Francesco il 5 luglio scorso, si è conclusa una fase importante della causa di canonizzazione del venerabile Giuseppe Lazzati, la cui fama di santità aveva originato l’inchiesta diocesana nel 1994. Il 6 novembre scorso, aprendo a Milano l’anno accademico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il cardinale arcivescovo Angelo Scola ne ha dato pubblico annuncio nella basilica di Sant’Ambrogio, affermando che «ormai manca solo un miracolo, ottenuto per sua intercessione, perché Giuseppe Lazzati possa essere dichiarato beato per la Chiesa».
L’evento ha suscitato vasta eco anche nei media perché la memoria di Lazzati (Milano 1909-1986) è ancora molto viva grazie alla sua intensa attività di uomo di cultura, di politico ed educatore, oltre che a una limpida testimonianza evangelica. Non si potrebbe però coglierne pienamente la figura prescindendo dal suo centro ispiratore: la profonda pietà. Infatti, Giuseppe Lazzati, secondo le costituzioni dell’Istituto Secolare Cristo Re — che fondò nel 1939 insieme ad alcuni amici per vivere una consacrazione da laici, e che è tuttora presente in Italia e in alcune parti del mondo — ha sempre messo la preghiera al primo posto: da studente e militante di Azione cattolica, come costituente e deputato, durante la direzione del quotidiano «L’Italia», da rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nelle ore liete ma persino nei lager nazisti e nella malattia, fino al momento di avviarsi verso la Casa del Padre.
Una fedeltà coltivata discretamente, giorno per giorno, senza peraltro estraniarsi dal mondo, ravvivata nei ritiri spirituali mensili per meglio ascoltare la voce del Maestro interiore. Ciò presumeva una sapiente “architettura” delle proprie giornate, perché gli impegni non fossero un alibi per sottrarre il tempo da dedicare al Signore, né d’altra parte perché la preghiera fosse evasione. Perciò gli riusciva di esprimere un’esistenza pienamente integrata, frutto di un’armonica sintesi.
Numerose sono le testimonianze di questo laico a tutto tondo, che non poteva passare inosservato e diventava paradigmatico. Come quando lo si vedeva scendere in fretta dal treno, dopo una notte di viaggio nella spola settimanale tra Roma e Milano, per partecipare alla messa celebrata nella chiesa più vicina, oppure assorto davanti al Santissimo, nella chiesetta di San Raffaele presso il Duomo di Milano, prima di assolvere i suoi impegni di rettore della Cattolica.
Sono pure i commilitoni a ricordare che persino nella promiscuità del campo di concentramento, Lazzati ricavasse spazi per mantenersi raccolto, conservando addirittura le specie eucaristiche sotto la giacca per evitare perquisizioni improvvise, riconoscendo come fosse proprio Lazzati tra i primi, in quelle condizioni impossibili, a dar vita a momenti formativi per mantenere alto il morale e non spegnere la fiamma della speranza.
Una pietà non ricercata né tantomeno intimistica, ma educatasi alla scuola liturgica, a gomito a gomito con tutti gli altri fedeli sparsi tra i banchi, dove — confesserà un giorno a un amico sacerdote — si impara a sentirsi realmente popolo di Dio e a diventare figli di un unico Padre. In ultima analisi, l’ascesi del cristiano comune ma non per questo esercizio meno esigente che in lui diventava possibile e quindi suscitava anche negli altri il desiderio di tenere il medesimo passo.
Secondo Lazzati, la preghiera è una legge costitutiva del nostro spirito, come lo è il respiro per l’organismo: la Sacra Scrittura ci propone infatti un’orazione incessante. Egli cercava di alimentarla innanzitutto con l’assiduo ascolto della Parola che, anche grazie ai suoi studi, gli giungeva attraverso l’apporto dei Padri della Chiesa. Al centro una personale e intensa amicizia con il Signore Gesù, alla cui sequela aveva deciso di aderire per sempre, che si concretizzava nella partecipazione al mistero eucaristico. A ciò si aggiungeva il ricorso frequente allo Spirito Santo perché, come amava dire citando il libro della Sapienza, senza l’assistenza divina non si è nemmeno capaci di comprendere le cose alla nostra portata. A suo dire, ciò deve valere soprattutto per i laici, chiamati a trattare e a ordinare le realtà temporali secondo Dio come insegna il concilio, specie per chi deve governare la pòlis, per cui è imprescindibile possedere, oltre le competenze specifiche, anche un’ottica sapienziale che sappia far vedere tutto con lo stesso sguardo del Creatore.
I figli spirituali di Lazzati hanno voluto porre un’emblematica epigrafe nel luogo dove egli riposa, presso l’eremo di San Salvatore di Erba (Como): «Il cristiano è nel tempo rivelazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
L'Osservatore Romano, 10 gennaio 2014.