martedì 17 dicembre 2013

L'Osservatore Romano
Le crescenti tensioni religiose segnate da omicidi brutali e attacchi violenti stanno mettendo a dura prova l’isola tanzaniana di Zanzibar, fino a poco tempo fa luogo ideale per tranquille vacanze ed esempio di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Nelle ultime settimane si sono verificati numerosi episodi di violenza contro i leader religiosi e anche ai danni di turiste che sono state sfregiate con l’acido. Tale episodio ha portato le autorità dell’arcipelago ad affermare che quanto sta accadendo «è una vergogna per il popolo di Zanzibar» e a offrire una ricompensa considerevole a coloro che forniranno informazioni utili per l’arresto dei responsabili.
Anche il leader della comunità musulmana, Soraga, è stato gravemente ferito al volto con l’acido da ignoti. Secondo Soraga, considerato una voce di tolleranza e moderazione in un tempo in cui gli elementi radicali della civiltà musulmana stanno diventando una preoccupazione crescente, si tratta di estremisti che destabilizzano e mettono a repentaglio la convivenza tra le due comunità.
Lo scorso febbraio anche un sacerdote cattolico, Evarist Mushi, è stato ucciso e numerose chiese sono state date alle fiamme in seguito ad alcune manifestazioni violente. Padre Evarist era appena giunto nella cattedrale di San Giuseppe di Zanzibar per celebrare messa, quando due persone lo hanno avvicinato e ucciso con tre colpi di pistola.
Soraga non ha dubbi nell’affermare che «i giovani musulmani sembrano aver scelto di percorrere la strada dell’estremismo. Siamo tutti di Zanzibar. Siamo tutti tanzaniani — ha detto — quindi dobbiamo rispettare le nostre religioni e le nostre ideologie a vicenda. Questo è ciò che insegna l’islam, ma la maggior parte dei giovani musulmani non sa tutto questo e considera ciascun cristiano, o non musulmano, come un nemico».
Dopo il recente rogo di un luogo di culto, la Assemblies of God, una bandiera del gruppo islamico estremista Uamsho, è stata issata sopra la struttura in rovina. «C’è questo spirito di jihad globale in tutto il mondo — ha spiegato il vescovo battista Dickson Kaganga — che colpisce anche alcune parti dell’Africa, come Zanzibar. Per fortuna sono poche le persone che pensano che l’islam sia l’unica religione che abbia diritto di esistere qui. Uamsho di recente si è trasformato da ente benefico religioso in movimento politico islamico e pur essendo un gruppo minoritario sta aumentando la sua influenza soprattutto tra i giovani insoddisfatti e tra i disoccupati».
Secondo dati ufficiali, la disoccupazione sull’isola tanzaniana ha raggiunto il 34 per cento, ma le autorità locali affermano che il tasso reale è molto più alto e potrebbe continuare a salire se continuano a verificarsi incidenti e violenze di ogni tipo. L’unica fonte di guadagno, infatti, viene proprio dal turismo che è messa seriamente a repentaglio.
Mentre Zanzibar si appresta a celebrare l’anno prossimo il 50° anniversario della sua unione con la Tanzania continentale, alcuni partiti politici di opposizione vogliono rompere i legami e tornare all’indipendenza. «I giovani vengono usati da Uamsho come strumento per rafforzare la propria posizione», ha detto il commissario di polizia di Zanzibar, Mussa Ally Mussa, che minimizza il problema definendo l’organizzazione «un gruppo molto piccolo che vuole sfruttare le tensioni».
Azaan Khalid Hamdan, uno dei responsabili di Uamsho, respinge le accuse e ogni coinvolgimento del movimento musulmano con i recenti episodi di violenza nel Paese. «Uamsho non ha attaccato nessuna chiesa cristiana — ha dichiarato — non abbiamo alcun odio contro i cristiani e nessuna ostilità nei loro confronti. La nostra religione ci guida alla predicazione di cose buone, tra cui la tolleranza e l’unità».
L'Osservatore Romano, 18 dicembre 2013.