lunedì 14 ottobre 2013

L'Osservatore Romano
(Pierluigi Natalia) La riconoscenza per l’impegno del Papa in favore dei migranti, le priorità da tenere presenti — prima fra tutte quella di salvare vite umane — negli interventi internazionali sui flussi migratori, il sostegno all’Unione europea negli sforzi in atto per dotarsi di una politica comune in merito. Sono questi alcuni degli argomenti toccati dal direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), William Lacy Swing, nell’intervista rilasciata al nostro giornale subito dopo l’udienza con Papa Francesco svoltasi nella mattinata di lunedì 14.
Lampedusa, meta del primo viaggio di Papa Francesco fuori da Roma, è stata in questi giorni teatro di alcune delle maggiori tragedie del Mediterraneo. Che considerazioni questa vicenda suggerisce all’Oim e a lei stesso?
Quando ho incontrato questa mattina il Santo Padre, per prima cosa l’ho ringraziato per il suo forte impegno per i migranti e anche per il fatto che Lampedusa sia stata la sua prima visita come Papa. Come sa, dopo la strage del 3 ottobre ce ne è stata un’altra tre giorni fa. Sono solo gli ultimi esempi di una tragedia di dimensioni spaventose. L’Oim ha calcolato che negli ultimi quindici o venti anni, 21.000 persone siano morte in Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste europee. E quest’anno i numeri di questa tragedia sono già molto alti. Di conseguenza è chiaro che tutti nella comunità internazionale dobbiamo unire le forze per fronteggiare questa questione che io chiamerei dei movimenti marittimi irregolari.
I flussi della mobilità, anche per mare, riguardano migranti per motivi economici e profughi. Questo che problemi pone?
Per prima cosa penso che sia opportuno ricordare che la priorità assoluta è salvare vite umane. Ciò premesso, va detto che nei flussi misti è necessario tentare di comprendere chi ha bisogno di cosa. Ci sono rifugiati veri e propri, in fuga da guerre o persecuzioni. E ci sono persone spinte da necessità diverse. Domani sarò a Lampedusa, dove da anni l’Oim lavora con l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, il Governo italiano, la Croce rossa e associazioni di tutela, a quello che noi chiamiamo Presidium Project, per cercare di aiutare le persone che riescono ad arrivare a Lampedusa.
Come valuta l’assenza di una politica comune dell’Unione europea in materia di migrazioni e i risultati di Frontex?
È vero: non c’è ancora formalmente una legislazione comunitaria. Ma nel cercare di trovare una politica che in questo settore investa tutti i 28 Stati membri, si sono registrati progressi. L’Unione europea sta impegnandosi molto. Posso aggiungere che non conosco molte altre realtà continentali in cui si lavori con tanta assiduità. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso, ha sottolineato questo aspetto proprio nella sua visita a Lampedusa la scorsa settimana. A mio giudizio, le misure che l’Unione europea si accinge ad adottare saranno di grande aiuto. Per l’Oim l’Unione europea è partner strategico e siamo ansiosi di aiutare questo sforzo. In queste giorni sono personalmente impegnato in incontri proprio a questo scopo.
Il Mediterraneo è ora sotto lo sguardo di tutti. E il resto del mondo?
È vero. Queste tragedie spaventose non accadono solo nel Mediterraneo, ma anche in Asia, nel Mar Cinese meridionale e in altri Paesi, così come nell’Atlantico e nel Golfo di Aden. Quindi dobbiamo affrontare questa realtà con estrema serietà e organizzarci in un modo migliore come comunità internazionale nel suo complesso.
In proposito, come valuta il recente irrigidimento del Governo australiano in materia di politiche migratorie?
È una questione che gli australiani e gli indonesiani e altri stanno discutendo da tanto tempo. Anche noi dell’Oim ce ne stiamo occupando da tempo, ma ancora non so come possiamo essere d’aiuto in questa situazione. Anche ora, comunque, ce ne stiamo occupando.
L'Osservatore Romano, 15 ottobre 2013.