giovedì 12 settembre 2013

Italia
La fede ritrovata di un vaticanista. Il rapporto straordinario tra Giovanni Paolo II e Mimmo Del Rio

A Sua Immagine - Settimanale

(Sante Cavalleri)  “Vorrei far sapere al Papa che lo ringrazio, vedi tu se puoi farglielo sapere. Che lo ringrazio, con umiltà, per l’aiuto che mi ha dato a credere”, questo il messaggio di Del Rio, dal letto di morte, indirizzato a Giovanni Paolo II e affidato all’amico di tutta la vita, Luigi Accattoli
Molti lo ricordano proprio perché fu protagonista di un duro scontro tra i media e la Santa Sede, ma Domenico Del Rio - il vaticanista storico della Repubblica morto 10 anni fa - è stato poi il giornalista forse più caro a Giovanni Paolo II, che seguì il suo cammino spirituale culminato nel volumetto “Roveto ardente”, la straordinaria confessione di fede di un uomo che l’aveva persa fino a sfilarsi il suo saio di   francescano, e che grazie al contatto col Papa polacco poté ritrovarla. E questo cammino spirituale di Mimmo Del Rio ha rappresentato - per quanti l’hanno conosciuto, stimato e amato, cioè per un’intera generazione di vaticanisti - uno straordinario miracolo compiuto in vita   da Papa Wojtyla,  un atto degno davvero di un santo perché alla santità ha portato quello che per un momento era stato il suo più acerrimo oppositore.    
UN CAMMINO TRAVAGLIATO   
Il percorso di Del Rio è stato fin dall’inizio molto travagliato: il cardinale Ersilio Tonini (che festeggia i 99 anni di età in questi giorni) ha raccontato di essere stato lui ad accogliere Domenico nel seminario di Piacenza, dove restò fino al ginnasio, passando poi – dopo un’interruzione di qualche anno – ai frati minori nella Provincia di Cristo Re dell'Emilia Romagna, una scelta dettata dalla sua ammirazione per  padre Gemelli. Divenne cosi’ fra Evangelista, un nome che implica una promessa che alla fine Mimmo potè comunque onorare fino in fondo, sia pure da laico.  Da frate si era occupato – sulle testate della famiglia francescana –   del Concilio e delle missioni. C’è ancora chi conserva nella sua biblioteca un bel volume intitolato San Bonaventura da Bagnoregio, pubblicato nel 1973 dalle edizioni Antonianum, in vista del centenario bonaventuriano e del quale il “padre Evangelista Del Rio” aveva curato   “il piano dell’opera e il progetto grafico”. Il religioso rogazionista Vito Magno ricorda d’averlo avuto come docente di giornalismo all’Antoniano, dove tenne l’ultimo corso nel 1972-73. Ed era stato ancora una volta il cardinale Tonini – negli anni settanta – ad aiutarlo a ottenere la riduzione allo stato laicale, chiesta per   sposare Janja Raguz, croata dell’Erzegovina, che ha amato più di se stesso.  Una volta uscito dall’Ordine, la prima prova da affrontare fu l’isolamento. Ebbe anche difficoltà ad andare avanti. “Ricordo -   racconta il suo grande amico e collega Lugi Accattoli, che lavorò   accanto a lui a Repubblica prima di passare al Corriere della Sera -   quando diceva al direttore Eugenio Scalfari, mentre era ancora un collaboratore ‘precario’: ‘Questo sarà un Natale triste per me e per Jania’”.  “Quell’isolamento – ricostruisce Accattoli – Mimmo lo vinse solo, e mai   del tutto, con il successo professionale e con l’intelligente valorizzazione ottenuta negli ultimi anni presso Avvenire e Famiglia cristiana”.   
GLI ANNI DEL SILENZIO DI DIO   
Mimmo Del Rio visse dunque una stagione di aridità spirituale,   sperimentò il silenzio di Dio, a causa forse anche di un ingiusto ostracismo degli uomini della Chiesa.  L’episodio più famoso della sua carriera professionale, che fu peraltro di tutto rispetto, è legato ad un’inchiesta molto critica sulla “novità” dei viaggi Papali che stava caratterizzando il Pontificato del primo Papa non italiano eletto dopo 5 secoli. Con estrema severità la Segreteria di Stato aveva deciso nel  1985 di escludere l’inviato di Repubblica dal volo papale per Venezuela, Ecuador, Perù e Trinidad e Tobago. Il gesto senza precedenti suscitò un putiferio:  ben 40  giornalisti di 20 paesi avevano firmato un documento di protesta in   difesa della libertà di informazione a loro dire violata. E Del Rio “scacciato” dall’aereo del Papa fu addirittura il tema di una vignetta di Forattini. Così il portavoce della Santa Sede, Joaquin Navarro Valls, nominato appena pochi mesi prima, si trovò a gestire quella vera e propria “rivolta” dei vaticanisti a difesa della libertà di critica. Furono mesi difficili, anzi anni. Ma a un certo punto Navarro si ritrovò accanto un alleato inatteso, lo stesso Del Rio che Giovanni Paolo II aveva conquistato, tanto che il suo ultimo libro - uscito postumo nel 2003 - si intitola “Karol il Grande”.    
LE CRITICHE MOSSE AI VIAGGI PAPALI    
Proprio per questo la vicenda merita di essere ricordata. “Si dice che in Inghilterra a tre anni di distanza dalla visita del Papa - aveva scritto Del Rio senza citare la fonte - la Chiesa Cattolica non abbia ancora finito di pagare i propri debiti. In Canada, in cui il giro di Wojtyla fu uno dei più grandiosi e dispendiosi, fu costituito un comitato di finanziatori e di coordinatori dei finanziamenti. La cinquantina di persone che ne faceva parte ebbero, come premio, un posto sull’ aereo che da Ottawa riportava il Papa a Roma. Noto, d’ altra parte, che quasi in ogni viaggio, almeno nei paesi ricchi, c’è sempre una raccolta di offerte, che vengono donate al Papa affinché le usi per scopi di carità”.  “I vescovi - elencava l’articolo - devono pensare anche al mantenimento e all’ alloggio del personale laico (guardie svizzere, vigilanza vaticana) ed ecclesiastico, che e’ a seguito del Pontefice. Per non dire dell’alloggio e dei pranzi del Papa stesso”. A queste considerazioni Del Rio aveva aggiunto i pareri - tutti negativi sull’operato del Papa polacco, all’epoca ancora inviso ai media - di teologi e storici. Tra questi a offendere di più Giovanni Paolo II erano state le parole particolarmente sprezzanti del teologo spagnolo Diez Alegria, che nell’intervista aveva parlato dei viaggi come di “una tentazione   demoniaca” subita dal Pontefice. “Non fu una cosa seria, fu piuttosto un incidente dovuto all’impuntatura dell’ambiente vaticano”, disse anni dopo l’ex frate francescano poi tornato alla fede - ironia della storia   - proprio grazie a Wojtyla e a un suo viaggio in Africa (al quale partecipava come inviato della Radio Vaticana anche un giovane gesuita, padre Federico Lombardi, poi successore di Navarro).   
UN GESTO DEL PAPA CAMBIO’ LA SUA VITA   
“L’episodio che impressionò Del Rio - facendogli cambiare parere sul Papa prima ancora che sui viaggi - racconta il vaticanista e scrittore Gianfranco Svidercoschi, biografo di Giovanni Paolo II e ex vice direttore dell’Osservatore Romano - accadde nel 1992 in Angola. In quel   paese distrutto dalla guerra, sotto i nostri, occhi Karol Wojtyla si   inchinò per entrare nella capanna di fango della famiglia poverissima di   un catechista: per Del Rio fu il gesto dell’unico grande della terra capace di inchinarsi sulle ferite degli ultimi”.  L’anno prima, c’era già stato un contatto ravvicinato con Giovanni Paolo II grazie a Navarro che di volta in volta sceglieva un vaticanista per seguire da vicino il Papa per un’intera giornata, durante un viaggio, come se fosse uno del seguito, invece che un giornalista: “toccava in un’occasione a uno di noi, in altra a un altro. Per lui quella fortuna capitò il 16 ottobre 1991, in Brasile. In quell’occasione potè parlare con il Papa”, ha ricostruito Accattoli.  “Io - confessò poi Del Rio all’amico - avevo tanti dubbi e tanta difficoltà a credere. Mi è stata di aiuto la forza della sua fede. Vedendo che credeva con tanta forza, allora anche io un poco mi facevo forza”. Mimmo confidò di aver trovato coraggio in quel “vederlo pregare, quando - disse ricordando la messa del mattino in nunziatura, alla quale pure Navarro aveva ottenuto che il giornalista di Repubblica fosse ammesso - il Papa si mette in Dio e si vede che questo mettersi in Dio   lo salva da tutto”.   
VOLLE METTERSI IN DIO COME FACEVA WOJTYLA   
“Ho scritto – rivelò successivamente all’amico - un libretto sulla fede del Papa, quello intitolato ‘Roveto ardente’. Lì è spiegato che cosa intendo per mettersi in Dio. Ho cercato di fare come lui. E quei dubbi non li ho superati, ma non li ho più considerati. E come se li avessi   messi in un sacco e li avessi lasciati mettendomi in Dio, come ho imparato a fare dal Papa. Di questo lo ringrazio. Da nessuno mi è venuto tanto aiuto come dalla sua fede”.  Domenico Del Rio allora aveva 65 anni e ne aveva passati una ventina nell’ordine dei frati minori, poi era arrivato l’amore grande e totalizzate per Janja che solo grazie al suo ritorno alla fede Mimmo riuscì infine a vivere con la serena consapevolezza che la sua strada era quella. Infine la prova delle prove: la morte di Janja. Lei se ne andò proprio quando Domenico stava scrivendo “Roveto ardente”, pubblicato dalle edizioni Studium nel 2000, che porta questa dedica: “Nella tenera attesa / di rivedere Janja / approdata in Dio”.     
L’ULTIMA PROVA   
Purtroppo tre anni dopo la morte della moglie, un male incurabile uccise anche il grande inviato della Repubblica, che sul letto di morte volle affidare al collega Accattoli un saluto per il “suo” Papa. “Vuoi dire qualcosa a qualcuno?”, gli aveva chiesto l’amico. “Al Papa! Vorrei far sapere al Papa che lo ringrazio, vedi tu se puoi farglielo sapere. Che lo ringrazio, con umiltà, per l’aiuto che mi ha dato a credere”. “Vuoi dire al Papa anche qualcosa che riguardi il Pontificato?”, chiese allora Accattoli “No, non voglio dare giudizi”. “Però di giudizi ne abbiamo dati tu e io, in tanti articoli e libri: abbiamo fatto cinque   libri a testa su questo Papa!”, gli ricordò Accattoli. “Io sei - replico’ Del Rio - quando mi sono ricoverato, avevo appena consegnato alle Paoline un volume intitolato ‘Karol il Grande’. Apparirà dopo… dopo. Speriamo che mantengano il titolo, perché a volte lo cambiano”. “Se si intitola ‘Karol il Grande’, dei giudizi ci saranno!”, osservo’ lo storico vaticanista del Corsera. “I giudizi ci sono. Ma vengono dopo ‘Roveto ardente’ e sono ispirati a quella riflessione sulla fede del Papa”.  “In tutta questa conversazione durata tre ore, Mimmo - ha poi   raccontato  Accattoli sul suo blog - era sereno e spesso sorridente. Gli ho detto: ‘Posso tornare?’. Mi ha risposto: ‘Questo era l’ultimo saluto’. ‘Allora dammi la tua benedizione’, gli ho detto e l’ha fatto con un gesto della mano. Sulla porta mi sono fermato a salutarlo con la mano e gli ho detto: ‘Addio Mimmo’. Ha ricambiato, visibilmente contento, e ha ripetuto: ‘Saluta tutti’”.

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LA PREGHIERA PER LA MORTE DELLA MOGLIE  “SIGNORE ORA TOCCA A TE AMARLA”  
La messa di commiato per Janja - la moglie amatissima di Mimmo - si   tenne il primo settembre 2000 nella chiesa dei Santi Gioacchino e Anna al Tuscolano. Alla fine della celebrazione, il parroco lesse una preghiera scritta dallo stesso Del Rio. Quel testo straordinario fu poi   pubblicato dalla Stampa di Torino, un giornale laico che ebbe il   coraggio di pubblicare una preghiera.  “Muore una persona cara (la persona più cara che si ha) e un vento di   dolore ti invade dentro. Anche il cuore ha la sua morte. Oh, certo, nel mondo ci sono dolori anche più grandi, sofferenze più atroci, solitudini più strazianti. Ecco, allora, diciamo che il lungo dolore della sua sofferenza fisica è stato uno della immensa moltitudine dei dolori del mondo. E in quella moltitudine adesso c’è anche il dolore di chi, teneramente accanto, l’ha contemplata a lungo mentre lentamente, dolcemente, serenamente, andava scivolando in Dio.  ‘Si muore sempre come un fanciullo’, dice il profeta Isaia. E il sorriso del fanciullo è fiorito per tutti sul suo volto di dolore fino al momento estremo, e la tenerezza e la mansuetudine dell’agnello.  Anche per questo, ora, io posso parlarti, Signore? Tu hai visto la sua paziente agonia (lei ha sofferto più a lungo di te sulla croce). Ti abbiamo pregato, Signore, e tu non hai voluto ascoltarci. Anche noi ti   chiedevamo di tenere lontano questo calice.  Non ci hai esaudito, Signore. Pazienza, pazienza!  Forse perché anche per lei, in una partecipazione di redenzione,   avvenisse quello che è accaduto per te qui sulla terra, senza che il   Padre ascoltasse: agonia nel Getsemani e morte sulla croce. Ma io, lo   so, ora non oso, non sono degno di gridare: ‘Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonato?’. Ma posso farti una raccomandazione, Signore? Lei era la persona che più amavo. Ora, lei è da te. Ora tocca a te amarla. Io sono triste, Signore,   ma ho fiducia perché so che tu puoi amarla anche più di me”.

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fonte: A Sua Immagine