venerdì 30 agosto 2013

Italia
L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) È molto conosciuta — e giustamente — l’esperienza ecumenica della comunità di Taizé, ma pochi sanno che l’idea di una comunità di tipo monastico dove vivessero insieme persone appartenenti a confessioni cristiane diverse è stata sperimentata per la prima volta a Campello, vicino a Trevi in Umbria, da una donna, Maria di Campello. La sua personalità, così netta e originale, è oggi ben nota grazie all’opera di alcuni biografi e all’edizione varie raccolte delle sue corrispondenze con personaggi molto importanti, come Gandhi, ma una luce più approfondita sulla sua vicenda personale, e soprattutto sull’orma che ha lasciato nella tradizione della Chiesa, la possiamo avere oggi grazie ai saggi raccolti da Roberto Morozzo della Rocca (Maria di Campello. Un’amicizia francescana, Brescia, Morcelliana, 2013, pagine 160, euro 15).
Sorella Maria — al secolo Valeria Pignetti — intorno al 1926, dopo avere abbandonato una vita religiosa tradizionale in un convento di suore francescane, andò a vivere in un antico eremo abbandonato, nonostante tutti glielo avessero sconsigliato, sia per l’asperità del luogo e l’estrema povertà della zona, sia per la compagnia di sorelle anglicane. Invece di fondare una congregazione nuova, Maria lega le sorti di questo gruppo di donne — che si autodefinisce «le allodole di san Francesco» — a quel luogo così intensamente segnato dalla memoria del primo francescanesimo: «Da quel momento ebbi la certezza interiore che il luogo ci era destinato. E questa certezza ci diede la forza di affrontare tutto» scrive, un anno dopo la fondazione, in una lettera a don Orione.
Lì sorella Maria resiste, nel silenzio e nel nascondimento, a tutte le pressioni di chi la voleva irreggimentare in una formula religiosa stabilita o definirla modernista, per segnare, silenziosamente, un percorso di vita eremitica originale, ma soprattutto libero e umile.
Il carattere della singolare eremita viene colto soprattutto attraverso le sue relazioni, le sue amicizie, costruite con attenzione e amore nel tempo, che definiscono lo spazio umano in cui si muove il suo pensiero e la sua preghiera. «Considero l’amicizia una delle più grandi forze del mondo» scrive, e questo spiega la tenacia con cui tesse e alimenta amicizie importanti come quella con Schweitzer, Gandhi, Buonaiuti, Mazzolari.
L’amicizia con Ernesto Buonaiuti le costa cara, perché le attira il sospetto di modernista che per decenni le attirerà l’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche. Maria vede in lui una passione vera di fede, e mantiene la sua fedeltà di amica anche quando per ordine della Chiesa il prete romano sarà vitando. Ma lo fa nel segreto, senza scandalo. Il suo rapporto con Buonaiuti — benché l’ecclesiastico fosse un grande intellettuale e lei una donna molto meno dotta — non prese mai la forma di direzione spirituale. Anche per questo non possiamo descrivere Maria come una modernista. Come giustamente scrive Andrea Riccardi, del resto «l’espressione modernismo coniata dalla Curia, accomuna una serie di percorsi culturali e religiosi dagli esiti diversi. Oggi dobbiamo avere la capacità di coglierne l’originalità umana e religiosa».
Del resto, Maria non si sente modernista: è fedele alla Chiesa, come afferma apertamente in una lettera del 1945: «Siate certi che se io muoio, muoio di passione per la Chiesa». È la stessa affermazione di Caterina: le donne si rivelano più capaci degli uomini a continuare ad amare appassionatamente la Chiesa anche quando ne vedono e ne denunciano con totale lucidità limiti e difetti.
In una lettera a Ginepro (nome con cui Maria chiamava Buonaiuti), la donna riassume il senso della sua via: «Anche la “mia” opera non esiste, Ginepro. Con l’esiguo manipolo delle poverelle, insufficienti quali siamo tutte, cerco gettare un pur piccolo seme nel solco della testimonianza cristiana. E ciò servirà forse un giorno alla chiesa di Dio, a qualche cercatore di Dio». La regola di vita che questo gruppo di donne sceglie è quella francescana, la prima, quella non bollata, un ritorno alle origini, ma «al di là di ogni formalizzazione» scrive Marco Bartoli, che sottolinea come questa adesione al francescanesimo — che non ha mai ricevuto conferme istituzionali — non abbia mai rappresentato per lei «una gabbia identitaria» ma piuttosto «l’apertura di cuore e di visione per una continua crescita interiore e comunitaria».
I rapporti con l’autorità ecclesiastica — spiega Morozzo della Rocca — sono difficili, e Maria non vedrà la piena riabilitazione dell’Eremo, che avviene solo dopo la sua morte, nel 1969, a opera dell’arcivescovo di Spoleto Ugo Poletti. Ma contrasti e incomprensioni hanno la funzione — come avviene sempre nelle storie dei santi — di confermare la vocazione mistica di un’eremita che sapeva rispettare la Chiesa pur mantenendo un respiro ampio, di apertura universale.
Ed è proprio il bisogno di questo più largo respiro che unisce a lei don Primo Mazzolari, e che spiega la decisione di Maria di scrivere ad Albert Schweitzer per il suo settantacinquesimo compleanno: da questa lettera nasce un’amicizia epistolare fondata su una profonda affinità spirituale. Un rapporto epistolare sarà l’avvio per un’amicizia con Gandhi, al quale l’eremita si descrive come «selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità e portare la mia testimonianza alla verità fino all’estremo». E con Gandhi, durante il suo viaggio in Italia, sorella Maria s’incontrerà.
Maria è capace di creare legami con personaggi di confine, e questo vale soprattutto con i protestanti, con molti dei quali avvia relazioni intense e rispettose, ma il suo ecumenismo si realizza soprattutto nella concretezza della vita quotidiana dell’Eremo, dove convivono e pregano in comune donne di diverse confessioni cristiane.
La sua figura si staglia con grande originalità nel panorama storico in cui è vissuta, e dove la spinta ad allargare gli orizzonti mentali e spirituali, che è anche conseguenza della rivoluzione dei trasporti e della più ampia conoscenza delle culture diverse, si era quasi sempre arenata in evanescenti progetti di religiosità esoterica. Maria, pur parlando di «una chiesa invisibile che sale alle stelle, che non è divisa da diversità di razze o di culti, ma è formata da tutti i cercatori sinceri della verità» — bisogna ricordare che il motto della Società Teosofica è proprio «la ricerca della verità» — rimane fermamente cattolica, fedele alla veneranda Chiesa romana che «presiede all’agape».
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2013.