domenica 6 gennaio 2013

Vaticano 
Nel segno della collegialità. Concluso il primo ciclo di incontri del pontificato di Benedetto XVI, si riprende con i presuli italiani
L'Osservatore Romano
(Mario Ponzi) L’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione per i vescovi, parla delle visite «ad limina apostolorum» -- Benedetto XVI ha concluso lo scorso novembre, con l’udienza ai vescovi della Francia, il suo primo ciclo di incontri con i pastori di tutto il mondo per le visite ad limina apostolorum. Nel 2013 incontrerà soltanto i presuli della Conferenza episcopale italiana, «poiché — spiega l’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione per i Vescovi, nell’intervista al nostro giornale — lo svolgimento dell’Anno della fede non permetterà la visita di altre Conferenze episcopali, considerata anche l’ampiezza della Conferenza episcopale italiana». L’arcivescovo si sofferma poi sul significato della visita canonica e sui suoi diversi aspetti.
L’incontro con l’ultimo gruppo di presuli della Conferenza episcopale francese ha concluso questo ciclo complessivo delle visite «ad limina apostolorum» cui sono tenuti i vescovi di ogni parte del mondo. Una prima menzione di questo genere di visita si trova nella Lettera ai Galati, laddove san Paolo racconta del suo incontro con Pietro dopo tre anni di missione nella Giudea. Dunque ciò confermerebbe l’essenzialità originaria di questi appuntamenti.
Effettivamente la traccia di una prima visita ad limina si trova in questa Lettera. L’apostolo narra che dopo la sua conversione e l’inizio del suo apostolato tra i pagani è andato a Gerusalemme per consultare Pietro — videre Petrum — e nella stessa lettera riferisce pure di una seconda visita dopo 14 anni: «Andai di nuovo a Gerusalemme» ed «esposi loro il Vangelo, che io predico per i pagani, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano». Tuttavia solo con il concilio di Roma del 743 fu stabilito dal Papa Zaccaria l’obbligo della visita ad limina dei vescovi, che si affievolì lungo i secoli finché nel 1585 Papa Sisto v la ripristinò con la costituzione Romanus pontifex. Successivamente venne recepita nel Codex iuris canonici del 1917, in quello vigente del 1983 e nella costituzione apostolica sulla Curia romana Pastor bonus.

Il Codex iuris canonici prescrive che queste visite debbano compiersi ogni cinque anni. Quest’ultimo ciclo, tuttavia, ne è durato sette. È il preludio a un cambiamento della prassi?
I canoni 399 e 400 del Codex iuris canonici in effetti prescrivono le visite a scadenza quinquennale, ma per eventi e circostanze particolari tale scadenza spesso non viene osservata. Basterebbe ricordare la ricorrenza del grande Giubileo del 2000, le cui attività pastorali a livello locale e universale non permisero a Giovanni Paolo II di completare nel tempo stabilito le visite. Nonostante tale slittamento, la prescrizione del Codex rimane in vigore. È vero che con la recente visita ad limina dei vescovi della Francia, Benedetto XVI ha concluso il primo ciclo di visite di tutto l’episcopato cattolico del mondo. Tale conclusione coincide con l’inizio dell’Anno della fede, che vede particolarmente impegnati sia il Papa che i vescovi nelle loro Chiese particolari.

Anche se intuibile dal significato delle parole, come nasce la definizione «visita ad limina apostolorum»?
Visita ad limina apostolorum significa «visita alle soglie degli Apostoli», nel senso che i vescovi sono periodicamente invitati ad andare a Roma per videre Petrum, compiere un pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma, ed esprimere e rafforzare l’unità e la collegialità della Chiesa. L’incontro tra il Romano Pontefice e ciascun vescovo riveste un’importanza particolare ed è un incontro diverso da quelli che avvengono talvolta in altre circostanze. Nel caso della visita ad limina l’incontro ufficiale è tra il vescovo di una Chiesa particolare e il vescovo di Roma, successore di Pietro. «Ciascuno — come dice la Pastor bonus — con la sua responsabilità inderogabile, ciascuno rappresenta a suo modo il “noi” della Chiesa, il “noi” dei fedeli, il “noi” dei vescovi, che in certo senso costituiscono l’unico “noi” nel Corpo di Cristo». Si comprende allora che le visite ad limina hanno una importanza particolare per quanto concerne la Chiesa come comunione, dove tutti i membri secondo le proprie funzioni, carismi e ministeri, partecipano e interagiscono ed edificano il Corpo vivificato dallo Spirito Santo. La visita ad limina si presenta come espressione della sollecitudine pastorale di ciascuno e di tutti i vescovi uniti con il Papa, ed è uno dei momenti privilegiati di comunione, come uno scambio di doni, una crescita e un consolidamento della collegialità. Non si tratta quindi di un semplice atto giuridico-amministrativo, protocollare, ma di un arricchimento e di un’esperienza di comunione pastorale, di partecipazione alle ansie e alle speranze che vivono le Chiese, un atteggiamento di ascolto vicendevole con la guida dello Spirito per orientare e adempiere al mandato di evangelizzare secondo le esigenze del momento storico in cui la Chiesa vive.

In un’intervista concessa a una radio tedesca nel 2009, Benedetto XVI disse: «Io parlo personalmente con ogni singolo vescovo. In questi incontri, in cui appunto centro e periferia si incontrano in uno scambio franco, cresce il corretto rapporto reciproco in una tensione equilibrata». È questo il senso delle visite «ad limina»?
Lei ha ricordato le parole di Benedetto XVI che illustrano il significato e il contenuto delle visite ad limina. Si tratta della valorizzazione di questo strumento di comunione e di azione pastorale e apostolica nel mondo. I vescovi sono profondamente toccati dall’esperienza della visita alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo e dall’incontro personale con il Papa. La visita si allarga ai diversi dicasteri romani, con un calendario stabilito, che permette uno scambio fruttuoso di informazioni, riflessioni su temi specifici della pastorale e della vita della Chiesa nei suoi diversi aspetti, in vista di risolvere eventuali problemi, sollecitare interventi necessari nei diversi campi, migliorare, talvolta correggere, e avanzare nei progetti comuni di evangelizzazione in una sinfonia di note e di suoni armonicamente collegati e fruttuosi. Tra un incontro e un altro con i vari dicasteri della Curia romana, i vescovi si riuniscono a pregare in ciascuna delle quattro basiliche papali, concelebrando l’Eucaristia o pregando una parte della Liturgia delle Ore. A questo scopo è stato redatto un opuscolo che riguarda proprio la liturgia nelle visite ad limina, con formulari per ciascuna basilica.

In realtà della visita resta soprattutto l’udienza papale. Eppure essa si svolge in modo molto più complesso che non attraverso il solo incontro con il Pontefice. Ci può descrivere in sintesi come si svolge nella sua interezza?
La visita è organizzata dalla Congregazione per i Vescovi in collaborazione con la Prefettura della Casa Pontificia; per quanto concerne le udienze dei vescovi con il Papa, con l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche e gli uffici per le celebrazioni nella basilica di San Pietro e nelle altre basiliche, nonché con i dicasteri, che solitamente incontrano i vescovi. Sono divise in regioni o «regionali» della Conferenza episcopale. Nell’incontro collettivo il Pontefice pronuncia un discorso, che riguarda quel determinato gruppo di vescovi o l’intera Conferenza episcopale, con uno sguardo rivolto ai Paesi da dove provengono.

La documentazione — presumibilmente corposa — che i vescovi portano con loro costituisce indubbiamente una miniera di informazioni sullo stato non solo della Chiesa ma anche della società civile locale. Come viene utilizzata?
I vescovi sono tenuti a presentare al Papa una relazione sullo stato della loro diocesi. Viene redatta secondo un formulario elaborato dalla Congregazione per i Vescovi. L’ultimo è del 1997 e comprende tutti gli ambiti che riguardano la vita della diocesi e la missione del vescovo: dalla descrizione territoriale della diocesi all’organizzazione della Curia e della stessa diocesi, alla popolazione, allo stato della vita cristiana dei fedeli, fino al numero dei sacerdoti, alla vita del presbiterio, del seminario, delle parrocchie e delle scuole cattoliche. Non manca la pastorale famigliare, quella della salute, la dottrina sociale della Chiesa, la carità e le relazioni del vescovo con le autorità civili, lo stato delle opere d’arte e i mezzi di comunicazione sociale. Il tutto si conclude con uno sguardo generale sulla diocesi, con uno sguardo al futuro della Chiesa particolare. È il mezzo più sicuro e immediato per conoscere la vita, la crescita e le potenzialità, come anche le difficoltà di una Chiesa particolare. Ed è la base per i colloqui dei vescovi con il Papa e i dicasteri della Curia romana. La relazione sullo stato della diocesi rappresenta anche una notevole fonte per la storia. Molti sono coloro che attingono le notizie da tali documenti per studiare la vita delle Chiese particolari in un determinato periodo storico o per approfondire l’episcopato di un vescovo.

Nel periodo che intercorre tra una visita e l’altra, qual è la strada che seguono i vescovi per informare su problemi particolari o per chiedere indicazioni pastorali sul modo di affrontare casi urgenti che si dovessero presentare?
Tra una visita ad limina e l’altra, non si interrompe il rapporto tra i vescovi e la Santa Sede. Innanzitutto tale rapporto avviene localmente attraverso le rappresentanze pontificie. I nunzi apostolici rappresentano il Papa in una determinata nazione e vi sono presenti per aiutare e sostenere i vescovi nel loro servizio pastorale e gli stessi fedeli che si rivolgono a essi. Dobbiamo aver sempre presente che ogni vescovo può recarsi, quando lo ritiene necessario, dal Papa per esporre le proprie necessità, chiedere aiuto e consiglio su tutto quello che riguarda la vita pastorale e il suo stesso ministero episcopale. Gli stessi viaggi apostolici, che sono normalmente di carattere pastorale, si inseriscono in questo continuo rapporto tra i vescovi e il Papa: è il rapporto di comunione tra i membri dello stesso collegio episcopale, legati dal vincolo sacro del sacramento e dalla stessa missione di edificare la Chiesa. Inoltre, sono continui i rapporti con i vari dicasteri della Curia romana. Dall’esperienza di questa Congregazione per i Vescovi, si può veramente attestare che i rapporti con i vescovi del mondo sono quotidiani e sono molti coloro che vengono per trattare le questioni delle loro diocesi, chiedendo consiglio o affrontando problemi. Questi incontri sono una vera ricchezza sia per i vescovi sia per il dicastero, che accoglie sempre fraternamente ciascun vescovo per sostenerlo e aiutarlo. Esso, d’altra parte, si arricchisce dell’esperienza e della vita delle singole Chiese particolari. Vi è così, possiamo dire, un reciproco scambio di doni.

Nel Direttorio della Congregazione dei Vescovi, pubblicato nel 1988, si afferma che queste visite non sono un «semplice atto giuridico-amministrativo consistente nell’assolvimento di un obbligo rituale, protocollare e giuridico». Da dove nasce allora l’esigenza di regolarle con delle norme nel Codex iuris canonici?
La loro regolazione canonica non pregiudica l’importanza comunionale o l’immediatezza dei rapporti dei vescovi con il Successore di Pietro. Il fatto della loro regolamentazione nel Codex iuris canonici è il segno dell’importanza che la Chiesa attribuisce alla relazione tra il vescovo di Roma e gli altri vescovi. Un rapporto che non può essere solo spontaneo o sporadico, ma regolare e ordinato, perché si tratta, in ultima analisi, della vita della Chiesa nella sua dimensione universale e particolare. Il concilio Vaticano II ci ha ricordato che le Chiese particolari sono formate a immagine della Chiesa universale, e in esse e per esse esiste la Chiesa universale una e unica. Questa fondamentale relazione è la fonte teologica della regolamentazione canonica.

Quando e in che modo riprenderà il nuovo ciclo delle visite «ad limina apostolorum»?
In questo 2013 saranno i vescovi italiani a recarsi in pellegrinaggio alle tombe degli apostoli e a incontrare il successore di Pietro. È una visita, la loro, molto significativa, perché il Papa è il vescovo di Roma, quindi ha un legame molto stretto con i vescovi d’Italia: potremmo dire che il Papa è “vescovo italiano”. Lo svolgimento dell’Anno della fede non permetterà la visita di altre Conferenze episcopali, considerata anche l’ampiezza della Conferenza episcopale italiana.
L'Osservatore Romano, 6 gennaio 2013.