mercoledì 17 ottobre 2012

Vaticano
Intervista con il cardinale Ravasi sul motuproprio «Pulchritudinis fidei». Arte e fede devono ricordarsi di essere sorelle. Dal 3 novembre la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa viene unita al Pontificio Consiglio della Cultura
L'Osservatore Romano
(Silvia Guidi) Arte e fede, progetti umani e azione dello Spirito, mistero e segno si sono intrecciati e fusi inseparabiliter nella storia: Ecclesiae historiam esse quoque inseparabiliter culturae et artium historiam («la storia della Chiesa è anche, inseparabilmente, storia della cultura e dell’arte») si legge nel motuproprio Pulchritudinis fidei con cui la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa viene unita al Pontificio Consiglio della Cultura.
Approvato lo scorso 30 luglio da Benedetto XVI e pubblicato sugli «Acta Apostolicae Sedis» del 3 agosto, il documento pontificio entrerà in vigore il prossimo 3 novembre. Abbiamo chiesto al cardinale Gianfranco Ravasi di parlarci dei motivi e delle conseguenze di questa fusione. 

L’esigenza di un coordinamento unico è cresciuta negli anni, si legge nel documento: perché?

 
Qualche nota storica: Pio XI nel 1924 creava la Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia, specificatamente deputata alla cura del patrimonio storico-artistico della Chiesa, ma con esclusiva competenza per il territorio italiano. Giovanni Paolo II da parte sua, con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno 1988) l’aveva poi trasformata nella Pontificia Commissione per la Conservazione del Patrimonio Artistico e Storico della Chiesa, collegandola alla Congregazione per il Clero. Lo stesso Pontefice la trasforma successivamente nella Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa con il motuproprio Inde a pontificatus (25 marzo 1993). Giovanni Paolo II, unificando il Pontificio Consiglio della Cultura e il Pontificio Consiglio per il Dialogo con i Non Credenti, sottolineava contestualmente l’esigenza di «uno stretto rapporto tra il lavoro di codesto Pontificio Consiglio e l’attività a cui è chiamata la Pontificia Commissione per la Conservazione del Patrimonio artistico e Storico della Chiesa», da allora denominata Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Nello stesso documento si dispone che la Commissione «non sarà più stabilita presso la Congregazione per il Clero, ma sarà autonoma, con un proprio presidente che farà parte dei membri del Pontificio Consiglio della Cultura, con il quale manterrà contatti periodici, in modo da assicurare una sintonia di finalità e una feconda reciproca collaborazione». L’unificazione dei due organismi suggella, così, un percorso di convergenza, attuato anche negli ordinamenti di molte Nazioni — è un uso diffuso, penso all’Italia e al Consiglio d’Europa — verso una visione culturale ampia e articolata nella sua organicità e unitarietà, in cui anche lo straordinario patrimonio storico-artistico della Chiesa, prodotto lungo i secoli, con le sue più specifiche esigenze di tutela, conservazione e valorizzazione, riceve una sua più degna collocazione nell’ambito delle attività culturali promosse dalla Santa Sede.


La commissione diventerà quindi un dipartimento all’interno del Pontificio Consiglio per la Cultura?


Sì, come Fede e arte, il Cortile dei Gentili o quello appena costituito dedicato allo Sport. Anche l’Unesco, oggi protegge la «cultura immateriale»; alla base del nuovo concetto di cultura non c’è più l’idea settecentesca di una aristocrazia intellettuale, ma un concetto antropologico, l’elaborazione cosciente di ogni opera della creatività umana; l’arco delle attività non si può selezionare a brani, serve una simbolica d’insieme. Tra le aree di competenza del dipartimento c’è ovviamente anche la collaborazione con la Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa.


Le priorità in agenda?


Dobbiamo procedere a un’analisi dell’applicazione dei documenti già pubblicati nella Chiesa universale in tema di biblioteche, inventariazione e catalogazione, archivi e musei. Un grande artefice, in questo, è stato il cardinale Francesco Marchisano, e di questo si occuperà in modo particolare monsignor Carlos Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della Cultura. Servono modelli concreti e indirizzi di metodo per offrire elementi di gestione culturale, che permettano di trovare risorse finanziarie, e per adattare a una gradualità realista ed efficace gli orientamenti esistenti secondo le possibilità delle diverse chiese. Gli esempi di questo potrebbero essere moltissimi: penso al caso di Arequipa in Perú, dove sono conservati migliaia di volumi provenienti dalle biblioteche dell’ordine dei recolletti, o al patrimonio librario a rischio dispersione in Salvador. Sono beni che vengono feriti inesorabilmente dall’ambiente climatico e necessitano di rapidi interventi di tutela. In questo l’informatica ci può aiutare molto, per rendere accessibili a tutti, ad esempio, i tesori nascosti in una piccola parrocchia isolata sulle Ande. Dopo l’attenzione alla salvaguardia dei beni culturali dobbiamo sviluppare la loro valorizzazione e il loro godimento al servizio della nuova evangelizzazione e della dimensione estetica nel pensiero contemporaneo. Bisogna evitare una impostazione solo conservatrice dei beni, è fondamentale una fruizione che generi gusto, che sia capace di «lavare gli occhi» a chi è abituato a vedere solo cose brutte, palazzi orrendi, immagini banali.
 

«La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere» scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti, citando un verso del poeta polacco Cyprian Norwid. Cosa ne pensa?

Il lavoro non manca. Arte e fede devono ricordarsi di nuovo di essere sorelle e la Chiesa non deve dimenticare l’importanza dell’elemento simbolico nell’annuncio della fede, nel presente, continuando a fare quello che ha sempre fatto in passato. Basti pensare all’esplosione di bellezza delle chiese romane, dalle più famose alle più dimenticate, come Santa Bibiana, inglobata e resa quasi invisibile dai binari della stazione Termini: chi conosce le sue bellissime colonne di spoglio e la statua del Bernini al suo interno? Fruizione e tutela, nel lungo periodo, sono strettamente legate; in fondo, si protegge solo ciò che si ama, quindi far conoscere e apprezzare è anche il modo migliore per tutelarli. I due terzi di una pinacoteca possono essere letti solo se si conosce la Bibbia; in uno statuto senese del Trecento, gli artisti parlano di se stessi come di «predicatori per immagini» con il compito di mostrare i grandi misteri della salvezza a chi non li potrebbe conoscere altrimenti. La Bibbia è anche una miniera inesauribile di narrazioni suggestive, di «versetti che valgono più di un’opera di Shakespeare», come scrive George Steiner parlando della notte della pitonessa di Endor e il crollo finale di Saul nel primo libro di Samuele (28, 7-25). Alla Biennale di Venezia cercheremo di continuare a fare quello che la Chiesa ha sempre fatto: dialogare con gli artisti, proponendo loro in questo caso di lasciarsi ispirare dalla potente narrazione della Genesi. Tanto desiderio di offendere, nell’arte contemporanea, è il segno di una nostalgia violenta per il divino. Il Crocefisso è ancora percepito come un simbolo potentissimo in mezzo a tante altre immagini inerti a livello della comunicazione.


E la musica sacra?


Dopo il successo del concorso sul Credo alla Sagra Musicale Umbra, in cui sono arrivate oltre duecento partiture, vorrei seguire il consiglio di Muti e Chailly, recuperando il patrimonio del barocco italiano; come Porpora, ad esempio: i Wiener Philarmoniker, dopo un recente concerto, si sono stupiti della qualità della sua musica. Lo Stabat mater, segno luminoso di un senso religioso profondo, è stato scritto da un ragazzino (Pergolesi era giovanissimo quando l’ha composto). Con la struttura del dittico potremmo recuperare un grande testo sacro e musicale connettendolo a qualcosa di contemporaneo, in modo che ci sia una mutua intercessione tra passato e presente. Anche i testi di tante canzoni di musica leggera sono intrisi di un anelito spirituale molto forte; non a caso i ragazzi investono i loro soldi nel biglietto di un concerto, perché sentono che la musica mette a tema, fa affiorare in superficie ed esprime la loro domanda di significato sepolta o dimenticata. E lo stesso dramma personale di tanti artisti — per fare un esempio tra i tanti possibili, la morte prematura di Amy Winehouse, dei cui album mi ha parlato recentemente il nunzio in Guatemala — deve fare riflettere: ci fa capire quanto concreto sia nella nostra epoca lo scontro tra la speranza e il desiderio di vita e l’annientamento come conseguenza estrema e tragica del nichilismo.

L'Osservatore Romano 18 ottobre 2012