mercoledì 17 ottobre 2012

Madagascar
Il gesuita che rimase con i cristiani del Madagascar. Domenica 21 ottobre Benedetto XVI proclama sette nuovi santi, tra i quali il francese Giacomo Berthieu (1838-1896)
L'Osservatore Romano
(Marc Lindeijer, assistente della postulazione della Compagnia di Gesù) «Anche se foste divorati da un caimano, risuscitereste». Sono parole che il gesuita francese Giacomo Berthieu, missionario martire in Madagascar, ripeteva nelle sue catechesi agli indigeni. Parole che si avverarono nel 1896 quando i suoi carnefici gettarono il cadavere nel vicino fiume Mananara infestato dai grossi rettili.
Nato a Monlogis (Alvernia) nel 1838 e ordinato sacerdote nel 1864, era stato viceparroco per ben nove anni, prima di entrare nella Compagnia di Gesù, nel 1873, presentandosi per le missioni. Due anni più tardi annunciò a un suo compagno di studi: «Sono destinato come futuro apostolo dei malgasci». Chissà se immaginava che sarebbe diventato il loro protomartire.
Le sue qualità notate nel noviziato (buono, fiducioso, sorridente e sereno) si tradussero — come ha detto Paolo VI alla beatificazione nel 1965 — in «passione per le anime» e «carità per gli uomini», che «tanto più si compiace mostrarsi eccelsa e sconfinata quanto più gli uomini a cui si rivolge affabile e gratuita, sono lontani, sono sconosciuti, sono per lingua, per costumi, per diffidenza, per cecità di giudizio e d’interesse, difficili e quasi refrattari al colloquio del messaggero evangelico». Ma l’inizio della vita missionaria non fu facile per il trentaseienne: il clima, la lingua, la cultura, erano per lui tutte cose nuove. Nel primo campo di lavoro assegnatogli, l’isola di Santa Maria, si dedicò totalmente all’insegnamento del catechismo, alle visite ai poveri e ai lebbrosi, ai battesimi, alla preparazione alle prime comunioni e alla celebrazione e regolarizzazione dei matrimoni, assistendo nel contempo gli indigeni addetti a una coltivazione agricola, dalla quale la missione traeva i mezzi necessari per sostenere la scuola dei bambini.
Nel 1881 però i decreti di espulsione dei religiosi emanati dal Governo francese e il successivo scoppio della prima guerra franco-hova (1883) lo costrinsero a ripetuti spostamenti, con diciotto stazioni missionarie da accudire, situate nei luoghi più remoti e meno accessibili. Scrisse: «Sera e mattino insegno il catechismo, e il resto del tempo lo dedico a ricevere gente, oppure a visitare tutti quelli del vicariato, amici e nemici, per guadagnarli tutti a nostro Signore». I fedeli dissero di lui: «Era un padre che non abbandonava i suoi figli».
Nel 1894 scoppiò la seconda guerra contro la Francia e padre Berthieu dovette ancora una volta allontanarsi, ritornando soltanto dopo più di un anno, in tempo tuttavia per poter condividere le preoccupazioni dei malgasci causate dalle notizie sulla violenza dei ribelli, non soltanto contro le autorità francesi, ma pure contro i missionari.
Nel marzo 1896 il villaggio in cui si trovava fu sgomberato dall’armata francese. Il gesuita quasi sessantenne rimase in mezzo ai suoi «buoni cristiani». A giugno ricevette di nuovo notizia di un necessario sgombero; duemila profughi, preceduti dalle truppe francesi, si misero in cammino. Con il protrarsi della marcia, la fila si assottigliò e mentre i soldati stavano in testa, i malati, i vecchi, i bambini rimanevano indietro, sempre più distanti. Padre Berthieu, a cavallo, cercava di incoraggiarli, ma quando un dipendente della missione, non più in grado di camminare, gridò aiuto, il missionario gli diede il suo cavallo e riprese la marcia a piedi, fino a perdere completamente di vista i soldati. Così quando alcuni ribelli fecero irruzione, Giacomo Berthieu, insieme ad altri cristiani, fuggì nel villaggio di Ambohibemasoandro, dove trascorse la notte e celebrò la messa il mattino seguente, 8 giugno. Sarebbe stata l’ultima.
Qualche ora più tardi i ribelli invasero il villaggio e catturarono il missionario, colpendolo ripetutamente con un’accetta. Alcuni avrebbero voluto ucciderlo subito, però fu deciso di condurlo al campo distante quindici chilometri, per presentarlo al capo. Quando il corteo giunse ad Ambohitra, villaggio che egli aveva convertito, implorò: «Figli miei, volete darmi un panno per coprirmi, perché ho freddo»? Gli abitanti però non osarono soccorrerlo. Passando davanti alla chiesa dove tante volte aveva amministrato i sacramenti, manifestò il desiderio di entrarvi, ma non gli fu permesso. Si inginocchiò allora davanti alla porta e pregò; teneva in mano il rosario e ne baciò la croce. I ribelli si fecero beffe di lui e dei suoi “amuleti”. Quando disse che il crocifisso rappresentava il Salvatore degli uomini, lo percossero con il calcio dei fucili.
Verso sera alcuni del gruppo, presso una grossa pietra chiamata Farovoay, decisero di tornare alle loro case, per cui vollero sbarazzarsi del prigioniero: gli tolsero gli ultimi vestiti e lo buttarono a terra. Padre Berthieu chiese di poter pregare per i suoi uccisori. «Rinuncia alla tua cattiva religione — fu la risposta — non ingannare più la gente e noi ti porteremo con noi e ti faremo nostro capo» E lui: «Io non posso assolutamente acconsentire a ciò, figlio mio; preferisco morire». Allora gli furono sparati alcuni colpi e il capitano gli diede il colpo di grazia alla nuca. Poi, per timore della reazione dei soldati francesi, il cadavere fu gettato nel fiume, nel quale scomparve per sempre.

L'Osservatore Romano 18 ottobre 2012