martedì 18 settembre 2012

Vaticano
Quella sfida decisiva / Movimenti ecclesiali e nuove comunità verso l’Anno della fede
L'Osservatore Romano
(Stanisław Ryłko, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per i Laici) Nell’annunciare l’Anno della fede Benedetto XVI ci ha sollecitato a ripensare e, soprattutto, a rivivere la nostra fede in modo nuovo, senza dare niente per scontato. Nel motu proprio Porta fidei ha scritto: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune.
In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone» (n. 2). La questione della fede oggi va concepita come una sfida, come qualcosa che deve risvegliarci dal sonno della nostra indolenza e riaccendere la nostra attenzione e vigilanza. Si avverte un urgente bisogno di riscoprire la fede come quel «tesoro nascosto», quella «perla preziosa» (cfr. Matteo, 13, 44-46), per i quali vale la pena donare tutto. Riscoprire la fede dovrebbe essere un traguardo per tutti noi credenti.
Anche noi cristiani siamo chiamati a riscoprire ogni giorno l’importanza del dono della fede e la sua bellezza. Non pochi battezzati, infatti, ritengono che la fede sia un pesante fardello che impedisce di gustare la vita, oppure credono che l’osservanza dei comandamenti non consenta di essere pienamente liberi e felici. La fede non è né un ostacolo né un peso, ma è un dono prezioso che apre orizzonti nuovi e affascinanti nella nostra esistenza. Occorre riscoprire la fede come incontro vero e profondo con Dio. Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est ha chiaramente affermato: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1).
In varie occasioni il Pontefice ha parlato della drammaticità della situazione della fede nel mondo di oggi. Per l’uomo di tutti i tempi, ma in particolare per l’uomo di oggi, la questione della fede, e cioè la questione di Dio, è una questione centrale e decisiva. Durante la celebrazione d’inizio del suo ministero petrino Papa Benedetto XVI ha parlato dei deserti del mondo e ha spiegato: «Vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi».
Il Papa descrive questa situazione della desertificazione del mondo interiore dell’uomo usando termini incisivi. In altre occasioni ha parlato di «una strana dimenticanza di Dio», «esclusione di Dio», «rifiuto di Dio», «assenza di Dio», «eclissi del senso di Dio», di «un nuovo paganesimo». Come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede affermò: «Il vero problema del nostro tempo è la crisi di Dio, l’assenza di Dio, camuffata da una religiosità vuota. Tutto cambia, se Dio c’è o se Dio non c’è».
È estremamente importante indagare da dove nasce questo deserto interiore. Benedetto XVI, parlando ai vescovi svizzeri nel 2006, si è soffermato su questo argomento e ha ripreso una riflessione di san Gregorio Magno il quale, a suo tempo, commentando la parabola evangelica degli invitati alle nozze (cfr. Matteo, 22, 1-14), si era posto una domanda ben precisa: «Com’è possibile che un uomo dica no a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza? E risponde: In realtà non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai preso “gusto” di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere “toccati” da Dio! Manca loro questo contatto — e con ciò il gusto di Dio». E ancora il Pontefice riprende l’approfondimento di san Gregorio su tale questione allorquando si domanda: «Come mai avviene che l’uomo non vuole nemmeno “assaggiare” Dio? E risponde: Quando l’uomo è occupato interamente col suo mondo, con le cose materiali, con ciò che può fare (…) allora la sua capacità di percezione nei confronti di Dio si indebolisce, l’organo volto a Dio deperisce, diventa incapace di percepire e insensibile. Egli non percepisce più il Divino, perché il corrispondente organo in lui si è inaridito, non si è più sviluppato (…) allora può accadere che il senso di Dio si appiattisca; che questo organo muoia». Si tratta di un’analisi profonda e incisiva del Papa che vale la pena richiamare proprio alle soglie dell’Anno della fede.
Nessun cristiano può considerare la fede come una questione chiusa una volta per tutte nella vita. Siamo davanti a una sfida che continuamente ci interpella, una sorta di provocazione salutare e permanente, un forte richiamo a lasciar prevalere nella nostra esistenza “l’essere” e non “il fare”. A riguardo Papa Benedetto XVI ci ammonisce: «Si può fare molto, tanto nel campo ecclesiastico, tutto per Dio…, e in ciò rimanere totalmente presso sé stessi, senza incontrare Dio. L’impegno sostituisce la fede, ma poi si vuota dall’interno». In questo contesto possiamo comprendere meglio l’urgenza della questione della fede nei nostri tempi e accogliere come un grande dono l’Anno della fede, che sarà aperto solennemente il prossimo 11 ottobre.
Il Papa afferma che «la vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede». La fede, quindi, deve essere ripensata e, soprattutto, rivissuta in modo nuovo. Di recente ai vescovi della Conferenza episcopale italiana riuniti in assemblea ha detto che è necessario ripartire da Dio e ha spiegato: «La prima condizione per parlare di Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera e plasmati dalla sua Grazia. (…) Vorrei dire a ciascuno: lasciamoci trovare e afferrare da Dio, per aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità. (…) La missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino».
Davanti a tale non facile sfida, la Chiesa guarda con grande speranza ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità. Queste realtà aggregative offrono specifici itinerari di fede generati dai rispettivi carismi proprio allo scopo di vivere la fede in modo nuovo, nei nuovi scenari sociali e culturali del mondo che ci circonda. Itinerari di fede che permettono di scoprire ogni giorno la bellezza della fede, che consentono di ritrovare il “gusto di Dio”. I movimenti ecclesiali e le nuove comunità — accanto a tante altre aggregazioni laicali presenti nella Chiesa — sono, dunque, veri e propri “laboratori della fede”, “scuole della fede”, luoghi dove giovani, adulti, coppie di sposi vengono iniziati alla fede e cioè all’incontro con Dio in Gesù Cristo. La società odierna, una società “liquida” (Zygmunt Bauman), un mondo senza certezze e senza punti di riferimento, genera personalità “liquide e frammentate”, prive di certezze. In tale contesto i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono quei luoghi in cui nascono personalità cristiane solide, forti, adulte nella fede. Naturalmente l’opportunità di percorrere uno specifico itinerario di fede all’interno dei movimenti e delle nuove comunità non è un metodo di garantita efficacia. È sempre chiamata in causa la libertà umana e per questo è necessario rimanere svegli e vigilare. Ecco, dunque, l’Anno della fede si presenta non come una celebrazione che si aggiunge alle altre, ma come un “Anno di grazia del Signore”, un dono da accogliere con gratitudine e senso di responsabilità da parte di tutti.
L'Osservatore Romano 19 settembre 2012