giovedì 21 giugno 2012

Vaticano
Dove s’annida il diavolo / Ambiguamente attratti dalla menzogna  
L'Osservatore Romano
(Leonardo Lugaresi) Nella sua lectio divina sul battesimo al convegno ecclesiale della diocesi di Roma, qualche giorno fa, il Papa ha inserito un riferimento alla nozione patristica di pompa diaboli su cui credo sia utile soffermarsi a riflettere.
Uno dei tanti meriti del magistero di Benedetto XVI è quello di tornare a far scorrere, con abbondanza e straordinaria naturalezza, la linfa dell’insegnamento antico dei Padri nel corpo della Chiesa contemporanea. Se ne apprezza così la piena attualità: quello dei Padri, infatti, è un cristianesimo giovane, appassionatamente teso al confronto — anche duro, se necessario, ma sempre ispirato da una grande apertura alla realtà — con un mondo non meno pluralista e complesso del nostro; un cristianesimo capace, soprattutto, di stare al centro del dibattito culturale e di prenderne, in un certo senso, la guida anche quando i cristiani erano una piccola minoranza nella società (come in gran parte d’Europa sono tornati a essere, ma con ben altra irrilevanza rispetto al discorso pubblico).
A un certo punto del suo discorso, ricordando che nella Chiesa antica la seconda delle rinunce battesimali era formulata così: «Rinunciate alla pompa del diavolo?», il Papa ha spiegato che «la pompa del diavolo erano soprattutto i grandi spettacoli cruenti, in cui la crudeltà diventa divertimento, in cui uccidere uomini diventa una cosa spettacolare: spettacolo, la vita e la morte di un uomo. Questi spettacoli cruenti, questo divertimento del male è la “pompa del diavolo”, dove appare con apparente bellezza e, in realtà, appare con tutta la sua crudeltà».
In questo rapido accenno ci sono alcuni riferimenti precisi ad aspetti della critica cristiana antica nei confronti degli spettacoli che vale la pena di illustrare, sia pur brevemente, per coglierne la densità e l’incidenza sul presente.
Innanzitutto la crudeltà come divertimento: negli spettacoli più cruenti del mondo antico, come i munera gladiatoria e le venationes, infatti, viene portata al massimo la tensione tra due poli che però, in diversa misura, caratterizzano sempre la relazione spettacolare. Da una parte, nell’arena, c’è chi lotta, versa il suo sangue e rischia la vita; dall’altra, fisicamente vicinissimo ma separato da un’invisibile e invalicabile barriera, c’è chi, assiso sulle gradinate dell’anfiteatro, guarda dall’alto, in una posizione di istituzionale superiorità e invulnerabilità.
Lo stesso momento è per gli uni questione di vita o di morte («il premio non è una corona d’ulivo: combattiamo per la vita»: così ci ammonisce, dolente, l’epigrafe funeraria di un gladiatore trovata a Gortina); per gli altri è solo ludus, intrattenimento disimpegnato e di cui non si porta alcuna responsabilità. Lo spettatore, infatti, mentre guarda morire un altro uomo non è, per definizione, responsabile di nulla, non deve fare nulla se non appunto guardare e godersi, per contrasto, la sensazione di sicurezza e di potere che la morte dell’altro gli procura.
L’essenza del potere, come ha notato Elias Canetti, si può dire che stia proprio nella sopravvivenza rispetto alla morte dell’altro; ma questa non è una prerogativa solo del re o del tiranno: a ben vedere, il sollievo che la visione della morte dell’altro produce (perché «lui è morto e io invece no») assomiglia molto al piacere di cui parla Lucrezio, nel ii libro del De rerum natura («Dolce, quando il mare è in tempesta, guardare da terra il naufragio di un altro»), presentandolo come l’ambito premio della saggezza del filosofo, che può guardare con sovrano distacco a tutti gli affanni e le sofferenze delle esistenze umane. Senza essere né re né filosofo, l’uomo comune si può procurare nell’anfiteatro, al modesto prezzo di un biglietto, un surrogato di questo piacere.
La crudeltà come divertimento, che il cristiano definitivamente ripudia con il battesimo, non è dunque solo e in primo luogo una forma di sadismo, cioè una perversione patologica che, in quanto tale, potremmo pensare che non ci riguarda; molto più profondamente, la formula battesimale ci impegna a rinunciare alla tentazione — presente in ciascuno di noi — di esorcizzare la paura della morte attaccandoci al potere e all’illusoria sensazione di dominio che la morte o l’umiliazione dell’altro ci danno.
Potremmo però ritenere ugualmente che parlare di pompa diaboli sia anacronistico al giorno d’oggi: i combattimenti dei gladiatori non ci sono più, norme di sicurezza via via più attente tutelano l’incolumità di sportivi e attori, e addirittura la mentalità contemporanea tende ormai a espungere come “politicamente scorretto” ogni tipo di performance in cui vi sia anche solo traccia di qualche violenza persino nei confronti degli animali.
Tuttavia, a parte il fatto che, sotto il perbenismo e l’ipocrisia che dominano nel discorso pubblico, anche oggi prosperano circuiti più o meno clandestini basati sulla consumazione della violenza come spettacolo, quella che viene chiamata fortemente in causa dal richiamo del Papa è la nostra percezione “mediatica” della realtà.
Ogni giorno, infatti, la nostra conoscenza del mondo si forma non solo (e ormai tante volte verrebbe da dire “non tanto”) nell’esperienza diretta di esso, cioè attraverso un contatto diretto con le persone e con le cose in cui noi siamo presenti con l’integralità, anche corporea, della nostra persona, ma piuttosto nella distanza, o piuttosto nella separazione, che i media (la televisione, ma anche Internet, che sotto questo aspetto non segna una differenza radicale), ci consentono e ci impongono al tempo stesso.
Seduti davanti allo schermo del computer o davanti al televisore, o con in mano il nostro telefono di ultima generazione, abbiamo il mondo a nostra disposizione, ma come su uno schermo, appunto: vicinissimi a ciò che guardiamo (perché le cose talvolta si vedono addirittura meglio) ma radicalmente distanti (perché, dopotutto, non siamo lì), convinti di essere invulnerabili e, in fondo, non responsabili di ciò che vediamo, inorriditi ma ambiguamente attratti da tutto il male del mondo sciorinato davanti ai nostri occhi, non somigliamo forse anche noi all’antico fruitore degli spettacoli che vede morire a pochi metri da sé il condannato a morte o il gladiatore sconfitto?
Proprio su questo si innesta la seconda osservazione del Papa che, dopo aver spiegato come con quella formula di rinuncia battesimale il cristianesimo antico si riferisse ai grandi spettacoli cruenti, prosegue: «Oltre a questo significato immediato della parola “pompa del diavolo”, si voleva parlare di un tipo di cultura, di una way of life, di un modo di vivere, nel quale non conta la verità ma l’apparenza, non si cerca la verità ma l’effetto, la sensazione, e, sotto il pretesto della verità, in realtà, si distruggono uomini, si vuole distruggere e creare solo se stessi come vincitori».
A questo proposito è interessante rilevare che l’espressione pompa diaboli, in senso stretto, sembrerebbe alludere in modo specifico a una particolare fase dei ludi, quella processione (detta appunto pompa circensis) che apriva i giochi portando per le vie della città le immagini degli dèi. Tertulliano, non per nulla, nel suo De spectaculis dedica molta attenzione a questo tema, sostenendo che non importa se tale pompa è più o meno sfarzosa e appariscente perché in ogni caso offende Dio (7, 5).
Di solito si sottolinea, in queste affermazioni dei Padri, il nesso tra spettacoli e idolatria, e, sotto questo profilo, noi potremmo nuovamente sentirci un po’ lontani dalla loro problematica, ma c’è un altro aspetto forse più interessante da considerare. La pompa, la processione che inaugurava i ludi percorrendo le vie della città, era, di fatto, anche una sorta di estensione della dimensione spettacolare a tutto lo spazio urbano, al di là dei confini rigidamente delimitati degli spazi a essa deputati.
Nella cultura antica, la dimensione ludico-spettacolare, che pure ha un ruolo fondamentale nella vita della società, viene percepita in modo ambivalente (si pensi, per esempio alla contraddizione insita nella cultura romana, e non a caso polemicamente rilevata dai Padri, tra la passione per gli spettacoli e per i loro protagonisti e l’infamia della loro condizione). È qualcosa da tenere sotto controllo e, comunque, da limitare a tempi e spazi ben determinati. Il sistema ludico, però, ha una sua forza espansiva, tende a dilatarsi e a influenzare anche altri settori della vita sociale: si può ben parlare, in questo senso, di tendenza alla spettacolarizzazione della vita tout court.
È sotto gli occhi di tutti, e non c’è bisogno quindi di fare esempi per dimostrarlo, quanto questa tendenza si sia rafforzata nel mondo contemporaneo.
Per questo, nota ancora Benedetto XVI, «questa rinuncia era molto reale: era la rinuncia ad un tipo di cultura che è un’anti-cultura, contro Cristo e contro Dio. (...) Lascio adesso a ognuno di voi di riflettere su questa “pompa del diavolo”, su questa cultura alla quale diciamo “no”. Essere battezzati significa proprio sostanzialmente un emanciparsi, un liberarsi da questa cultura (...) in cui non conta la verità; anche se apparentemente si vuol fare apparire tutta la verità, conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e di distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, in cui la menzogna si presenta nella veste della verità e dell’informazione, contro questa cultura che cerca solo il benessere materiale e nega Dio, diciamo “no”».
Insomma, pompa diaboli è il mondo intero, quando viene ridotto a spettacolo.

L'Osservatore Romano 22 giugno 2012