martedì 8 maggio 2012

(a cura Redazione "Il sismografo")
Domenica 13 maggio, dopo 24 anni, Joseph Ratzinger torna a far visita al famoso santurio de La Verna dove san Francesco d'Assisi ricevette le stimmate. Il cardinale Ratzinger visitò il luogo il 17 settembre 1988 e nel corso dell'Eucaristia pronunciò un'omelia che vi proponiamo anche perché è poco conosciuta.
Cari fratelli e sorelle, San Francesco, segnato dalle stimmate di Gesù, è divenuto fino alla sua carne, con tutta la sua esistenza spirituale e corporale, l'immagine viva del suo Signore. La forza dell'amore lo ha unito talmente con Gesù che le parole dell'Apostolo sulla vera esistenza cristiana ricevono una nuova concretezza in lui: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»(1).
Lo stesso Apostolo scrive alla fine della sua controversia con i Galati sulla retta interpretazione e realizzazione del messaggio di Gesù: «D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo»(2). È la prima volta nella storia del cristianesimo che appare la parola stimmate di Gesù. Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo alla fine non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo in idee o in parole, ma fino nel fondo dell'esistenza anche nel corpo, nella carne. I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la presenza della croce di Gesù nel corpo dí San Paolo, le sue stigmate; non è la circoncisione che lo salva: queste stimmate sono la conseguenza del suo battesimo, l'espressio-ne del suo morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del suo essere nuova creatura” (3). Paolo accenna, del resto, con l'applicazione della parola stimmate, all'uso antico di imprimere nella pelle dello schiavo il segno del suo proprietario. Il servo è così stigmatizzato come pro¬prietà del suo padrone e sta sotto la sua protezione. Il segno della croce iscritto in lunghe passioni sulla pelle di Paolo è il suo vanto: lo legittima come vero servo di Gesù, protetto dall'amore del Signore. La vera carta d'identità del discepolo di Gesù è la comunione con la croce. La storia di san Francesco è la storia di un grande amore che lo ha portato fino alla identificazione corporale con Gesù. Al Santo che temeva di portare il segreto del Signore in pubblico, frate Illuminato disse: «Fratello, sappi che qualche volta i segreti divini ti vengono rivelati non solo per te, ma anche per gli altri». San Francesco, colpito da queste parole, riferì «con molto timore, come era avvenuta la visione...» (4). Le stimmate del Santo sono una parola divina per noi; ascoltando la voce delle stimmate impariamo il cammino del Vangelo. Che cosa dicono queste stimmate? Come e dove ci guidano? La storia comin¬cia con la notizia che la Provvidenza divina «trasse in disparte» il servo dí Dio e «lo condusse su un monte eccelso, chiamato monte della Venia». San Bonaventura accenna con queste parole alla storia della trasfigurazione di Gesù, come viene riferita dal Vangelo di San Matteo (5). Solo preso «in disparte», separato dal rumore delle cure terrene, solo con un cuore puro e libero si può vedere la gloria di Gesù, la gloria del Crocifisso. Più generalmente San Bonaventura accenna anche a tanti altri avvenimenti della Sacra Scrittura, legati al monte eccelso: Gesù si ritira sul monte per pregare; Elia ritrova sul monte la presenza di Dio; Mosè riceve sul monte la legge dell'alleanza; Abramo sale sul monte e riceve, qui, nell'ariete misterioso, il segno dell'agnello di Dio, della nostra redenzione futura. Il monte diventa così, nella Scrittura, il simbolo di quell'altezza interiore, alla quale si deve salire per incontrare Dio. E la salita di San Francesco al monte della Venia è finalmente come un'immagine dell'itinerario del cammino della sua vita verso l'altitudine divina. San Francesco, il servo di Cristo, ci invita ad incamminarci alla salita, al monte eccelso. Come si trova la strada per que¬sto monte? Come si sale? Tutta la vita di San Francesco è una risposta a questa domanda. Il salire è un andare contro la gravità del nostro egoismo, divenuto nel peccato originale come una seconda natura; spesso questa seconda natura riesce quasi a soffocare la prima e vera natura: il disegno di Dio in noi. Si sale quindi liberandosi dalle tante forme dell'egoismo. Senza ascesi non arriviamo al vertice, non diventiamo noi stessi. Le indicazioni della salita di San Francesco sul monte della Verna sono ancora più precise. San Francesco sale digiunando, unendosi alla quaresima del Signore. Quí troviamo un aspetto molto importante: la salita verso l'incontro con Dio esige ascesi, interiorizzazione, sì, e noi dobbiamo oggi imparare di nuovo queste parole e queste realtà. Ma la interiorizzazione cristiana non è mai una pura spiritualizzazione, un isolamento dell'io, un ritirarsi nel mondo spirituale come avviene in molte forme della cosiddetta meditazione trascendentale. L'interiorità cristiana è soprattutto un andare con Gesù nella comunione con la sua Chiesa. L'ascensione di San Francesco al monte delle stimmate è legata al ritmo dell'anno liturgico; la visione del Crocifisso è preceduta dal colloquio con la Sacra Scrittura: «Aperto il libro per tre volte, sempre si imbatté nella Passione del Signore», dice San Bonaventura (6). Meditando la leggenda del Santo possiamo scoprire un secondo elemento molto importante: quello dell'ascesa verso l'unione con Gesù. Dice San Bonaventura: «Si elevava a quelle altezze non come un importuno scrutatore della maestà... (Prov 25,27), ma come un servo fedele e prudente (Mt 24,25), teso alla ricerca del volere dí Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto» (7). Il motivo della meditazione francescana non è la curiosità intellettuale, l'egoismo sublime di arricchirsi conoscendo tutto, anche il mistero di Dio — l'egoismo di crearsi una imponente proprietà spirituale. Fu questo l'atteggiamento di Adamo, quando mangiava dall'albero della conoscenza — con l'intenzione di impadronirsi della conoscenza e del potere divino. Il libro dei Proverbi, citato da San Bonaventura, paragona questa curiosità egoistica al comportamento di un uomo che mangia troppo miele; alla fine sarà «oppresso dalla gloria»(8). Si può conoscere il miste¬ro divino solo conformando la propria volontà alla volontà di Dio. Solo nel gesto mariano del «Sì, sono la serva del Signore» entriamo in una relazione con Dio, nella quale si apro¬no i nostri occhi per la sua bellezza. La coincidenza delle volontà è la condizione del vedere: si vede Dio solo con il cuore divenuto puro (9). In questo contesto si capisce il Vangelo di oggi, il dialogo di Gesù con il Padre: «Ti benedico, Padre..., perché hai tenuto nascoste queste cose... agli intelligenti e le hai rivelate a piccoli... nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il figlio lo voglia rivelare»".(10) Francesco è il Piccolo esemplare, converso alla infanzia spirituale, servo e figlio. Francesco abita nella volontà del Figlio, dove si rivela anche il Padre. Salire in disparte con Gesù al monte eccelso della trasfigurazione vuol dire: mettere passo dopo passo la nostra volontà nelle sue mani. Osserviamo alla fine un terzo e ultimo elemento del cammino di San Francesco verso l'alto. «... All'appressarsi della festa dell'Esaltazione della santa Croce, mentre pregava... vide la figura come di un serafino... e allora apparve tra le sue ali l'effige di un uomo crocifisso...»(11). Il crocifisso viene «con rapidissimo volo», portato e coperto da un serafino alato. Alla fine non siamo noi ad arrivare all'altezza divina, è Dio che discende, e il suo veicolo è l'amore, le cui ali lo portano in rapidissimo volo. Ma notiamo che il crocifisso prende le ali anche dal cuore di san Francesco: nel serafino appare lo specchio dell'amore del poverello; lui stesso ha offerto il veicolo al suo Signore. Offrire al Signore le ali del nostro amore perché possa discendere a noi questo è il mandato del monte della Verna. Il momento dell'arrivo del serafino deve essere stato segnato da un sacro spavento per San Francesco: era prevedibile un rimbalzo che non poteva non essere mortale. E in realtà, questa unione dell'uomo con il suo Signore fu un avvenimento dí una vera morte. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»". (12) San Francesco divenuto lui stesso il serafino portando l'effige di un uomo crocifisso, era marcato da quel momento dalla ferita mortale di Gesù. Il battesimo — la morte della vecchia creatura — era divenuto comple to, aveva trasformato tutta la sua esistenza. Sul monte eccelso Francesco era divenuto partecipe della trasfigurazione di Gesù. La luce della trasfigurazione è la luce della croce; la trasfigurazione è crocifissione e così si entra nell'amore trinitario, nella luce e nella gioia divina. San Francesco non è fuggito dal lampo divino avvicinandosi nella figura del serafino. Alla fine della sua salita al monte eccelso era preparato ad aprirsi senza riserva a questo lampo mortale e vivificatore. Ma non abbiamo noi una paura immensa quando vediamo la freccia dell'amore divino avvicinarsi a noi? Non vogliamo proteggere la nostra incolumità contro la croce, il veicolo del divino amore? Salire verso Dio è soprattutto un pre-pararsi alla discesa divina, un aprirsi alle ferite dell'amore di Dio. Dio scende nel crocifisso. San Bonaventura comincia la storia delle stimmate menzionando la scala di Giacobbe, nella quale salivano e scendevano gli Angeli di Dio" (13). L'esistenza cristiana è sempre un salire e uno scendere; dobbiamo salire purificando il nostro cuore, cercando l'altezza della vita interiore. Ma alla fine Dio appare nell'umiltà del Crocifisso; Dio scende e d fa scendere insieme con Lui ai suoi fratelli più piccoli. L'amore è ascensione, un muoversi verso l'alto, verso l'altezza divina, ed è nello stesso tempo discesa verso gli ultimi. E proprio discendendo saliamo: solo così. San Francesco, l'umile poverello, è disceso col Cristo crocifisso ed è arrivato in tal modo al monte eccelso, al vertice dell'unione con Dio. Nella conformità al suo volere «in tutto e per tutto» con la volontà del Signore" (14) è divenuta nuova creatura. Siamo tornati con questa osservazione alla lettura di oggi, alla lettera di San Paolo ai Galati: «Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l'essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia...»(15). San Francesco, divenuto nuova creatura  nell'unione con Cristo fu ed è una fonte di pace e di misericordia «su tutto l'Israele di Dio».(16) La conformità con Gesù è anche oggi l’unica sorgente di pace e di misericordia. San Francesco ci mostra la via. Amen.
Note.
1) Gal, 2, 20.
2) Ivi, 6, 17.
3) Ivi, 6, 15.
4) Bonaventura, Legg.mgg., XIII, 4.
5) Ivi, 17, 1.
6) Ivi, XIII, 2.
7) Ivi, XIII, I.
8) Prov, 25, 27.
9) Cfr. Mt, 5,8.
10) Mt, 11, 25-27.
11) Bonaventura, op. cit. XIII, 3.
12) Gal, 2, 20.
13) Gen, 28, 12; cfr. Giov, 1, 51; Legg. magg., XIII, I
14) Bonaventura, op. cit, XIII, 1.
15) Gal, 6, 16.
16) Ivi, 6, 16.